SUPER-BATTERI, ITALIA A RISCHIO. DA NOI MORTALITÀ PIÙ ALTA E INFEZIONI PIÙ FREQUENTI 

03 Aprile 2019

Il doppio degli incidenti stradali: in Italia si stimano circa 7.800 morti l’anno per infezioni resistenti agli antibiotici, in genere contratte in ospedale. Una stima ancora superiore, oltre 10 mila morti l’anno, è rimbalzata al VII Congresso Internazionale AMIT - Argomenti di Malattie Infettive e Tropicali. In Europa le vittime dell’antibiotico resistenza sono 33 mila. Quindi l'Italia non solo è in testa in Europa in questa triste classifica ma da sola fa un terzo dei decessi. Stando ai dati del Centro Europeo Malattie Infettive (Ecdc), i morti nell’Unione Europea per antibiotico-resistenza circa 33 mila, quasi sempre successivi a ricovero. Il 39% delle morti è causato da resistenza agli antibiotici di ultima generazione come i carbapenemi. Ma l’Italia è prima anche nella classifica europea delle infezioni contratte in ospedale, con una probabilità di infettarsi durante un ricovero pari al’6%, e con circa 530 mila casi ogni anno. Le infezioni nosocomiali da noi colpiscono sei pazienti ogni cento ricoverati. Nel 2017 le cose sono ulteriormente peggiorate. Si è registrato un boom delle infezioni ospedaliere sul 2016 che riguarda specialmente gli interventi chirurgici, con 9594 infettati in più, ma sono in crescita pure i casi di embolia post chirurgica: 5.549 nel 2017. A Bolzano si sono registrate 66 infezioni in più dopo intervento chirurgico, mentre il Piemonte è in vetta agli aumenti delle infezioni tra i ricoverati a Medicina con 14 casi in più ogni 100 mila dimissioni 26 casi in più in media in Italia di infezioni post-intervento. 

 

Non una, ma presumibilmente molteplici le cause per cui i batteri diventano invincibili attraverso la selezione naturale: pazienti sempre più anziani e debilitati, troppo turnover nei letti delle strutture sanitarie per acuti –che sono 3 ogni mille abitanti, meno del resto d’Europa – scarsa igiene generale nei nosocomi e specifica del personale nel lavarsi le mani. Anche troppo uso di antibiotici. Che non vuol dire che chi ne ha presi tanti nella vita corra più degli altri il rischio di morire perché si è “assuefatto”. Al contrario, come ha spiegato l’infettivologo Marco Tinelli, presidente del Congresso AMIT, «qualunque tipo di infezione può essere causato da batteri antibiotico-resistenti, dalle più banali alle più gravi come sepsi e polmoniti; e anche una persona che non abbia mai assunto antibiotici corre il rischio di avere un'infezione da batteri resistenti». C’è poi un “buco nero” a monte: le resistenze agli antibiotici si generano anche fuori ospedale per la grande quantità di sostanze antibatteriche che ingurgitiamo, a partire dagli allevamenti di animali che producono latte uova e carne di cui ci nutriamo.

 

Protocolli preventivi possono ridurre del 20-30 per cento l’incidenza delle infezioni e dunque la mortalità. Ricordiamo che nel 2017 per iniziativa del presidente dell’Istituto superiore di Sanità Walter Ricciardi fu varato al Ministero della Salute un Piano Nazionale di Contrasto dell’Antimicrobico-Resistenza per il quadriennio 2017-2020 ma, come ha dichiarato lo stesso Ricciardi a DoctorNews, ospedali e regioni devono ancora condividerlo: «poche realtà stanno seguendo fin qui questo piano. In compenso, gli ispettori di Bruxelles giunti due anni fa a valutarci rimasero stupiti da questa sorta di rassegnazione con cui trattiamo il tema delle resistenze batteriche». Ma bisognerà intervenire al più presto: oltre al tema, doloroso e gravissimo, dei decessi c’è il problema per il servizio sanitario dei costi: trattare una singola infezione costa dai 5 ai 9 mila euro. Per contro, l’aumento delle infezioni ospedaliere antibiotico-resistenti non sembra invece correlato ai risparmi cui sono costrette le regioni, almeno per una volta le regioni in deficit con piano di rientro registrano buone notizie come la Calabria dove si è registrato un calo di 71,9 infezioni ogni 100 mila ricoverati in Chirurgia (meglio ha fatto solo la Valle d’Aosta con -125 casi nel 2017) o come la Campania che ha avuto 21 casi in meno sempre in chirurgia.

 

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