CRONICITA' IN AUMENTO E PREVENZIONE AL PALO, POCHI FONDI E SANITARI PIU' VECCHI: LE SPINE DEL RAPPORTO OSSERVASALUTE 2018

24 Maggio 2019

Il Servizio Sanitario Nazionale fatica a conciliare controllo della spesa e mantenimento degli standard di salute raggiunti. Con questa frase si apre il 16° Rapporto Osservasalute 2018 presentato nei giorni scorsi a Roma. Lo studio realizzato da 318 ricercatori dell'Osservatorio Nazionale sulla salute nelle Regioni italiane diretto da Walter Ricciardi conferma il boom di anziani, insieme alla forte riduzione della mortalità sulle principali cause di morte: nella fascia 30-69 anni il calo è del 26,5% dal 2004 al 2016 per gli uomini e del 17,3% per le donne. Notevoli gli sforzi delle regioni per stare nei target di qualità e insieme risparmiare. «Il risanamento della spesa è stato ottenuto, in parte contraendo le prestazioni e con la diminuzione del personale sanitario». Ma nel 2017, il Ssn deve affrontare l’impatto di oltre 13,5 milioni di ultrasessantacinquenni, il 22,3% della popolazione totale che gravano sull’80% dei costi sanitari. Tutto fa prevedere, scrivono Ricciardi e il Direttore Scientifico dell’Osservatorio Alessandro Solipaca «che le politiche di contenimento attuate gli anni scorsi stiano esaurendo le proprie potenzialità e per il futuro ci si dovrà attendere un nuovo aumento di spesa per assicurare ai cittadini maggior efficacia dell’assistenza».

L’Italia ha raggiunto target importanti nei primi 37 anni del Ssn. Tra 1980 e 2015 il tasso standardizzato di mortalità totale si è ridotto di oltre il 50% e in particolare la mortalità per infarto si è ridotta di circa il 63% e quella per ictus di circa il 70. Ma intanto nel 2017 il costo medio della popolazione in carico ai medici di famiglia del network HealthSearch (Società Italiana Medicina Generale) con almeno una patologia cronica è stato di 708 euro l’anno. I maschi cronici hanno generato un costo medio annuo di 738 euro e le donne di 685. I costi Ssn medi hanno un picco a 75-79 anni (1115 euro) e 80-84 anni (1.129 euro) per decrescere nelle classi successive. Costa 1500 euro annui un paziente con scompenso, 1400 uno con infarto, 1300 un diabetico di tipo 2, 900 chi ha l’osteoporosi, 864 un iperteso. Disturbi depressivi colpiscono il 19,5% degli ultra 75enni: 23% delle donne e 14,2% tra gli uomini. Bassa la spesa per l'assistenza sanitaria a lungo termine: 10,1% del Fondo sanitario, contro 14,8% in Francia e 16,5% in Germania. Il 46% degli italiani è in eccesso di peso, un 35,4% è in sovrappeso (indice di massa corporea tra 25 e 30) e un 10,5 è obeso (BMI >30).

Tra i bambini ci sono punte di sovrappeso al 33% tra 6 e 10 anni ma diminuiscono al 14,4% a 14-17 anni per poi rialzarsi nell’adulto, come nel resto dei paesi mediterranei (Oms raccolta 2012-13 in 19 paesi). Stabili i fumatori, e cresce il consumo di alcol a livello nazionale (-0,8% di astemi) con punte del -4,1% in Umbria. «Le condizioni degli italiani si mantengono buone in termini di sopravvivenza, ma non migliorano le patologie per le quali è forte il ruolo di prevenzione e stili di vita», scrivono Ricciardi e Solipaca. Andamenti “non positivi” pure per i tumori causati dal fumo, dalla condizione di obesità e dalla scarsa adesione agli screening. Ed è negativa la qualità degli anni di vita dei nostri anziani. Che vivono in cattive condizioni di salute un numero di anni “più elevato di quello osservato in Francia, Spagna, Germania e Svezia”.  Stabili gli indicatori delle cure territoriali all’anziano e al disabile come l’assistenza domiciliare che si consolida da uno 0,67% degli over 65 nel 2015 allo 0,75% nel 2016. Si va da un minimo di 0,04% assistiti in Sardegna, ad un massimo di 1,45% del Molise e Veneto (1,24%). Nel gradimento dei servizi e delle professionalità di medici e infermieri, c’è un gap Nord-Sud con circa il 50% di soddisfatti al Nord e meno del 25% al Sud e Isole. Medici e infermieri sono anche più vecchi. Accanto ai medici – i più vecchi dl’Europa – invecchiano gli infermieri: ce ne sono meno nella fascia 40-49 (40,2% vs 44,1% nel 2013) e più nelle fasce 50-59 anni (da 31,3 a 36%). Nel complesso gli infermieri sono sempre meno: tra il 2013 e il 2016 sono ridotti del -2,4%, da 271.043 a 264.646 e secondo gli ultimi dati Aran sono calati di oltre 7mila unità in soli cinque anni. «Con la complicità di Quota 100– ricorda Tonino Aceti, portavoce della federazione degli ordini infermieristici– i numeri della carenza rischiano in pochi anni di superare le 100mila unità. Il rischio maggiore è per gli assistiti: studi internazionali hanno definito che a ogni aumento del 10% di personale infermieristico laureato corrisponde una diminuzione del 7% di mortalità».

 

Fonti:

https://www.osservatoriosullasalute.it/osservasalute/rapporto-osservatorio-2018