OSPEDALE, DUE ALTERNATIVE PER LE CORSIE VUOTE: ASSUMERE SPECIALIZZANDI O INGAGGIARE NEOLAUREATI FORMATI AD HOC

18 Novembre 2019

Tempo di pensionamento, o lavoro nel privato più conveniente? Forse entrambe le cose. Fatto sta che le corsie degli ospedali pubblici continuano a spopolarsi di medici ed infermieri. Le regioni corrono ai ripari conferendo compiti agli specializzandi, come mira a fare la Lombardia con 2 mila giovani del 4° e 5° anno già finanziati dalla borsa di studio, o in alternativa ingaggiando dei non specialisti come hanno fatto Toscana e Veneto. La legge nazionale a dire il vero detta un’altra soluzione. Il decreto Calabria approvato ad aprile consente agli specializzandi giunti agli ultimi anni di corso di partecipare ai concorsi. Mancano però norme per consentire che i nuovi bandi di concorso recepiscano la novità. In Veneto, il sindacato Anaao Assomed con il leader regionale Adriano Benazzato ha raccolto i numeri degli specializzandi al IV e V anno di Padova e Verona: sommati, sono 808, cui vanno aggiunti 518 specialisti appena formati, fanno 1326 specialisti o quasi che si presterebbero a sostituire i 1300 medici dichiarati mancanti dalla Regione. Ed eviterebbero alla Regione di attingere a medici neolaureati rimasti fuori dalle scuole di specializzazione. Cosa che invece è avvenuta, sia in Veneto sia in Toscana. Quest’ultima regione ha avviato un corso biennale per formare neolaureati e creare figure professionali a metà strada tra i medici dell’emergenza-118 attivi sul territorio e i loro colleghi del pronto soccorso, che invece dovrebbero essere tutti specialisti in Medicina d’Urgenza. Il Veneto ha istituito un analogo corso rapido, ma restringendo la preparazione a circa tre mesi. Una volta finita la formazione, i medici con preparazione “alternativa” saranno affiancati ai dipendenti e lavoreranno anche in corsia. Ma attenzione: le norme nazionali prevedono l’obbligo per il Servizio sanitario di assumere solo specialisti. Per loro, è presumibile che necessiterà presto o tardi l’iscrizione a una scuola di specialità in Medicina d’Urgenza.

 

Le delibere venete sulla formazione parallela hanno fatto insorgere gli ordini dei medici e gli specializzandi locali. Entrambi indicano un pericolo: che si crei un canale assistenziale parallelo e di minor qualità per i pazienti curati da un medico non specialista. In risposta, la Regione ha elaborato con gli ordini un documento che detta tutte le soluzioni alternative possibili. Intanto l’associazione Federspecializzandi -con altre due, MesPad di Padova e As Ver di Verona– ha depositato 2000 firme per chiedere al governatore Luca Zaia un tavolo di confronto su come si dovrebbe assumere nel Ssn. La petizione non nasconde che lo specializzando è conteso tra due necessità: da una parte, il suo ruolo non dovrebbe essere sostitutivo di quello del personale dipendente ma, al contrario, il percorso dovrebbe ancora privilegiare la formazione; dall’altra, un fine quinquennio con tanta pratica non dispiace, e la Regione potrebbe dirottare i 25 milioni annunciati per l’ingaggio dei neo-abilitati su mille nuove borse di studio specialistiche. Insomma, lo specializzando vorrebbe poter entrare nel Servizio sanitario dalla porta principale ma non può rinunciare a una formazione piena. Più il lavoro intacca tale formazione più crescono i rischi professionali, assicurativi e di precoce burn-out per i singoli medici. Una recente sentenza della Cassazione, tra l’altro – la 26311 del 17 ottobre scorso, III sezione civile – afferma che lo specializzando non può assumersi compiti più grandi di lui: essendo un medico abilitato, sa cosa può e non può fare e su ciò che non può fare deve dire no, altrimenti rischia dal punto di vista assicurativo. Sulla sua pagina Facebook il presidente di Federspecializzandi Stefano Guicciardi ricorda che «in tanti casi gli specializzandi svolgono attività ben al di là dei limiti massimi imposti dalla normativa sull'orario di lavoro, sono abbandonati a loro stessi senza l'opportuna supervisione dei tutor e non hanno le stesse opportunità di partecipare a congressi o ad attività scientifiche». E definisce “soluzione di comodo” l'assunzione di medici che dovrebbero pensare a formarsi “senza che su di loro ricada la responsabilità di farsi carico della cattiva programmazione degli ultimi 10 anni”.

 

Fonti: