ONCOLOGIA, REGIONI PIÙ EFFICACI NELLA LOTTA AL DOLORE MA NUTRIZIONE CORRETTA È NUOVA FRONTIERA

22 Marzo 2019

La nuova frontiera dell’oncologia non si chiama soltanto terapia genica, immunoterapia o adroterapia. Passa piuttosto per la nutrizione corretta del paziente; tendenzialmente, un paziente oncologico dimagrito di molti chili è malato non solo di tumore ma anche di malnutrizione. Per sensibilizzare in materia, la Favo (Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia) insieme alle società scientifiche Sico, Sinpe, Sinuc e all’Unione Italiana Food-Nutrizione Medica ha presentato uno studio che fa il punto su come le regioni stiano applicando l’accordo con il governo del 2017 che impone a loro e alle aziende sanitarie di garantire al malato di cancro la valutazione tempestiva dello stato di nutrizione e la corretta terapia. Lo studio, esposto gli stessi giorni in cui l’Università della Calabria presentava un altro rapporto importante per l’oncologia (e non solo), quello relativo a come regioni rispettano le linee guida sui centri di terapia del dolore, dice che l’approccio corretto alla nutrizione clinica nel nostro paese non è buono. In linea generale, fino al 50% dei pazienti in ospedale in Italia è a rischio-malnutrizione; il 9% è malnutrito ancor prima di iniziare le terapie antitumorali. E su circa 3,5 milioni di italiani con diagnosi di cancro, 700 mila non superano la malattia per le conseguenze della malnutrizione.

 

Urgono servizi dedicati negli ospedali o nelle reti territoriali dove ci sono reparti di oncologia: un corretto percorso nutrizionale nei pazienti oncologici si lega a migliore prognosi. «Definita come ‘malattia nella malattia’, la malnutrizione nei pazienti oncologici può seriamente compromettere il buon esito e il proseguimento delle terapie», conferma l’ex ministro della Salute Francesco De Lorenzo, Presidente FAVO. Piemonte, Toscana e Lombardia si sono dotate di Reti di Nutrizione Clinica e la Campania ha istituito un percorso diagnostico terapeutico del malato oncologico inclusivo di screening nutrizionale. Ma il resto delle regioni deve partire. C’è migliore uniformità per il dolore, altra grave “epidemia” che riguarda sia l’oncologia sia forme patologiche ad evoluzione benigna, rappresentando un sintomo non semplice da curare e colpendo da vicino un italiano su cinque, dal mal di denti alla cefalea al resto. Va distinto in infiammatorio meccanico e persistente, solo il primo è trattabile con farmaci antinfiammatori in modo efficace, dal paracetamolo in su.

 

Per riconoscere la tipologia del dolore e trattarlo le Regioni hanno gli strumenti ma non uniformemente distribuiti, né seguono linee guida uniformi, come afferma lo studio Unical presentato al Ministero della Salute che analizza processi organizzativo-assistenziali e problemi di accesso nei Centri di Terapia del Dolore. Su 195 strutture rispondenti, i centri dotati di risorse tecnologiche utili per l’inquadramento diagnostico-terapeutico sono due su tre con un picco dell’88,9% per Veneto e Marche. seguono il Trentino Alto Adige, con l’85,7%, e la Liguria, con l’80%. L’indagine rivela che, in tema di dolore, le restrizioni dei Piani di rientro in Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia non hanno in apparenza interferito con l’organizzazione: un 71,4% delle strutture in Sicilia e un 75% in Campania dispone di risorse tecnologiche, nel Lazio sono il 66,7%. Quanto ai protocolli condivisi, solo il 30% dei centri in Piemonte e il 20 in Trentino Alto Adige dichiarano di disporne di uno - regionale o provinciale. La maggior parte dei centri partecipanti allo studio UniCal non fa attività di ricerca, un po’ per carenza di personale e un po’ perché si tratta di strutture ospedaliere e non universitarie e gli ospedali hanno difficoltà ad accedere ai fondi.

 

 

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