FASCICOLO SANITARIO DEL CITTADINO, REGIONI PRONTE, MA SULLA RACCOLTA DATI C’È IL NODO-PRIVACY

14 Maggio 2019

Le regioni avanzano sul fascicolo sanitario e la privacy dei pazienti torna problema d’attualità per tutti gli operatori del sistema salute, in particolare i medici. La Finanziaria 2019 conferma che per fruire di tutto l’incremento previsto nel Fondo sanitario, le giunte regionali devono sbrigarsi ad adottare il Fascicolo sanitario elettronico, cioè la “cartelletta” online con tutte le principali informazioni sulla salute di ciascun italiano, tra cui: profilo sanitario del paziente, referti, verbali di pronto soccorso, lettere di dimissione, dossier farmaceutici e consenso o diniego alla donazione degli organi e tessuti. In realtà, sono quasi tutte almeno a metà dell’opera. Negli ultimi tre anni le regioni in grado di mettere online le informazioni sanitarie dei residenti sono quasi raddoppiate, passando dalle 10 del 2016 a 19: manca la Calabria che però si sta adeguando, da aprile 2019 i medici di famiglia locali –come annuncia la Fimmg di Catanzaro per i propri soci – hanno iniziato a dematerializzare pure le ricette per esami e visite specialistiche, atto che permette la costruzione del fascicolo. Intanto, in tutto il paese, i cittadini che hanno dato il consenso all'apertura di un fascicolo sanitario elettronico sono 11,5 milioni e sono circa 240 milioni i referti digitalizzati.
Molte regioni del Centro-Nord sono invece molto avanti e ai documenti citati nel “Fse” stanno per aggiungere le cartelle cliniche e i bilanci di salute dei bambini (in Emilia-Romagna), i piani terapeutici (dalla Lombardia al Lazio), i certificati di malattia (come in Sardegna), le vaccinazioni. In prospettiva, il Fascicolo dovrebbe includere pure il “patient summary”, riassunto delle condizioni del cittadino a cura del medico di famiglia, e il dossier farmaceutico che i farmacisti chiedono di poter profilare sugli utenti includendo i medicinali non prescritti dal medico curante. Il fascicolo eliminerà i faldoni di carta che teniamo a casa nostra e che in parallelo si trovano nelle strutture pubbliche cui ci rivolgiamo per le cure, azzererà il problema di smarrire i propri dati clinici, consentirà di richiamare gli esiti di esami in formato digitale in qualunque momento. Prossima tappa, è definire linee guida per gestire i dati che transitano su dispositivi medici come quelli indossabili, utilizzati da milioni di italiani –basti pensare al contapassi sul telefonino– perché si integrino con il Fse e siano fruibili al mondo della ricerca ma nel rispetto della privacy degli utenti. A proposito di privacy, i medici di famiglia, chiamati ad alimentare il fascicolo dall’Accordo nazionale, da tempo si chiedono se per tale operazione serva un consenso diverso da quello utilizzato per trattare i dati “ordinariamente”. Il Garante per la Riservatezza con provvedimento del 7 marzo 2019, non esclude la necessità di un consenso preventivo per i trattamenti effettuati attraverso il Fse ma lascia la porta aperta a interpretazioni meno cogenti, “alla luce del nuovo quadro giuridico in materia di protezione dei dati” dettato dal nuovo regolamento europeo General Data Protection-GDPR, che esenta dal consenso per i trattamenti a fini di diagnosi e cura. «Il Garante afferma che il processo di cura per il quale i dati sono acquisiti può richiedere un consenso tacito a patto che il paziente sia informato sulle modalità di trattamento», spiega Paolo Misericordia responsabile del centro studi del sindacato Fimmg che insieme al sindacato pediatri Fimp ha scritto e sottoposto al Garante un codice di condotta di categoria sul GDPR. «Tuttavia, il ragionamento “semplificato” sembra limitato al medico singolo, escludendo le situazioni (di presa in carico coordinata con altre figure, inclusi ad esempio infermieri, ndr) in cui si configura il dossier sanitario. Con il Garante in qualche occasione si era parlato di creare un “Dossier territorlale”, cartella clinica gestita dal medico di fiducia del paziente, cui potrebbero accedere altre figure “assimilabili”. Va chiarito quindi –conclude Misericordia –se tale tipologia di dossier possa essere affrancata dall’obbligo per il professionista di chiedere consenso specifico». 

 

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