TRA 10 ANNI IL 40% DEGLI ITALIANI SARÀ MALATO CRONICO, ESPERTI INVITANO A RIPENSARE CRITERI DELLA SPESA SANITARIA

3 Marzo 2019

Si chiama Value Based Healthcare, è un modo di valutare la spesa per la salute partendo non dalle prestazioni ma dal confronto tra investimenti pubblici su una tecnologia ed esiti di salute misurati anche in produttività. Ne ha parlato Francesco Saverio Mennini del CREA dell’Università Roma Tor Vergata al congresso della sezione lombarda della Federazione Italiana Medici di Medicina Generale, il principale sindacato dei medici di famiglia. Nel puntualizzare concetti espressi anche nei mesi scorsi, Mennini ha fatto il punto sulla riforma dell’assistenza ai cronici in regione: malgrado ormai quasi metà dei medici di famiglia sia coinvolta nel progetto, fin qui solo 300 mila sono i “patti di cura” firmati tra pazienti ed enti gestori per la presa in carico dei primi; ancora meno, 215 mila sono i piani assistenziali firmati dai medici con i vari assistiti affetti da diabete, asma, broncopneumopatia, scompenso, ipertensione. Siamo a un decimo del target. L’obiettivo per la Regione è capillarizzare l’uso del gestionale fin qui utilizzato dai medici del territorio. Le risorse sono contate: il servizio sanitario nazionale spende il 70% del suo budget per curare i cronici che rappresentano il 30% degli italiani. E che saranno sempre più “rappresentativi”. Una recente indagine dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane diretto da Walter Ricciardi spiega che tra 10 anni, nel 2028, questi pazienti saranno 25 milioni, il 40% degli italiani, e i soggetti con più di una cronicità saranno 14 milioni, due in più di oggi.  «Il quadro che si va prospettando impone sia un nuovo approccio sistemico per l’assistenza ai malati cronici, sia un cambio di passo delle politiche di prevenzione – spiega l’ex presidente dell’Istituto superiore di sanità. Ma andiamo a visionare da vicino questa Italia proiettata nel futuro. Le patologie croniche più frequenti nel rapporto Osservasalute non corrispondono in pieno a quelle oggetto del piano cronicità.

La più frequente sarà l’ipertensione, con quasi 12 milioni di pazienti, trattata anche nel piano nazionale e in quello lombardo; subito a ruota seguirà l’artrosi interessando 11 milioni di italiani, mentre 5,3 milioni saranno le persone con osteoporosi, 3,6 milioni i diabetici, 2,7 milioni i cardiopatici. La spesa, che oggi sfiora i 67 miliardi, salirà a 71. Le donne sono più colpite, 42,6% contro 37 degli uomini, e il divario cresce nelle multi-cronicità che affliggono quasi il 25% delle donne e il 17 degli uomini. «L’elevata cronicità – afferma Alessandro Solipaca, Direttore Scientifico Osservasalute – è un tratto distintivo dei Paesi a sviluppo economico avanzato ma è nel contempo una criticità per i sistemi sanitari; ed è un segno del successo del nostro Servizio sanitario, come testimonia il fatto che il tasso di mortalità precoce è diminuito di circa il 20% negli ultimi 12 anni, passando da circa 290 a circa 230 per 10.000 persone».

La fascia d’età di svolta nella storia clinica di un individuo è quella tra 45 e 54 anni, qui i maschi vanno più decisamente verso l’ipertensione (14,1% tra gli uomini, 11,4% tra le donne), il diabete (17,6% tra gli uomini, 12,5% tra le donne) e le malattie del cuore (14,4% tra gli uomini, 5,4% tra le donne). Per contro, le donne soffrono di più di artrosi (12,7% vs 7,5% tra gli uomini), osteoporosi (0,9% tra gli uomini, 4,9 tra le donne) e allergie (10,7% uomini, 13 le donne). Nella classe 65-74 anni le donne hanno più spesso più d’una cronicità (54,4% vs 42,6%). I Comuni sotto i 2.000 abitanti sono “falcidiati” mentre la Provincia di Bolzano presenta la prevalenza più bassa. Chi studia di più fa più prevenzione ed è meno colpito: nel 2017, nella classe 45-64, la percentuale di persone con la licenza elementare o nessun titolo di studio affetta da almeno una patologia è pari al 56%, scende al 46 tra coloro che hanno un diploma e al 41,3 tra chi possiede almeno una laurea. L’artrosi/artrite, l’ipertensione e il diabete sono le patologie per le quali si riscontrano i divari sociali maggiori, con gap rispettivi di 13, 12,5 e 7,4 punti percentuali a svantaggio dei meno istruiti. Le categorie più colpite sono i disoccupati (il 36,3%) che palesano maggiori svantaggi rispetto ad artrosi/artrite e disturbi nervosi e gli autonomi (34,6%) dove la patologia leader è l’ipertensione.

 

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