UN ITALIANO SU TRE DOPO I 65 ANNI IMMOBILIZZATO A CASA, IL MEDICO DI FAMIGLIA STUDIA COME RAGGIUNGERLO

08 Luglio 2019

L’invecchiamento inizia a pesare sulla salute del paese. Tra gli ultrasessantacinquenni ci sono molti cittadini in ottime condizioni, ma nell’ampia categoria moltissimi – soprattutto tra i più anziani – non stanno bene. Per essere precisi: un over 65 su tre ha difficoltà a recarsi dal proprio medico di famiglia. Lo dice il Report del sistema di sorveglianza Passi d’Argento, filiazione dell’Istituto superiore di sanità, l’organo di ricerca del Ministero della Salute. La notizia giunge in parallelo a quella del calo demografico sostenuto dall’Italia nel 2018 e certificato dalle statistiche Istat: lo scorso anno sono morti 193 mila nostri concittadini in più di quanti siano stati i nati sul nostro suolo. Il dato del rapporto è stato subito considerato allarmante dai sindacati dei medici di famiglia e soprattutto dalla Fimmg, che alla vigilia dell’incontro con il Ministro Giulia Grillo per l’elaborazione del Patto per la salute ha annunciato un documento sul “micro-team”, la cellula elementare in cui dovrà dividersi l’attività dei medici di famiglia. Una cellula che non consiste né nel medico di famiglia singolo né nel medico di famiglia aggregato, magari in gruppi funzionali di 10 camici, ma in un medico che nel suo studio o negli studi dove lavora si coordina con un infermiere in grado di svolgere magari anche attività domiciliare e, naturalmente, con l’assistente (o collaboratore) di studio ed altri soggetti.

Il Report Passi D’Argento continua affermando che l’impossibilità a recarsi dal medico di famiglia, per non autosufficienza totale o parziale sopraggiunta, dopo gli 85 anni, interessa due individui su tre.

 

Silvestro Scotti, segretario Fimmg, ha spiegato che per il cambiamento al quale sta andando incontro la medicina di famiglia italiana deve essere capace di rispondere ai bisogni dei pazienti allettati, domiciliati, impossibilitati a muoversi. Prossimità e domiciliarità diventano chiavi per valorizzare il rapporto di fiducia medico-paziente. Laddove il decreto Calabria recentemente convertito in legge parla di psicologo da affiancare al medico di famiglia –una proposta che ha scatenato polemiche e perplessità– Scotti, prefigurando «un Medico di Famiglia da valutare per chilometro quadrato oltre che per volume di assistiti», tira dritto chiede che in cellule snelle quali i microteam questo nuovo camice convenzionato, per esprimersi al meglio, possa avvalersi di un fisioterapista riabilitatore, di personale infermieristico, amministrativo e di operatori socio-sanitari. «Solo in questo modo sarà possibile vincere la sfida della cronicità».

 

Osserviamo ancora più da vicino l’anziano di cui parla il Report dell’ISS, che indaga gli aspetti della vita relazionale dell’over 65. Uno degli indicatori di una “relazionalità” piena è la partecipazione ad eventi sociali, come gite o soggiorni organizzati o la frequentazione di corsi di formazione. In realtà, passata l’età della pensione, che interessa la stragrande maggioranza degli over 65, lo “svago” coinvolge attivamente poco più di due persone su dieci. E in genere a quell’età si smette di voler imparare: meno del 2% frequenta un corso di formazione (come corsi di inglese, cucina, uso del computer, o percorsi presso università della terza età). Non si smette di sognare: il 23% degli ultra 65enni ha partecipato a gite e soggiorni. Ma, a testimoniare come la qualità di vita decade progressivamente e non ci sono argini concreti a questo processo, la partecipazione si riduce con l’età. Se prima dei 75 anni la gita sociale coinvolge fino a un anziano su tre, dopo gli 85 anni si scende a un anziano su quindici. Un ammortizzatore del decadimento è il reddito: il crollo delle frequenze nelle attività di svago coinvolge meno le persone con bassa istruzione o con difficoltà economiche. E la latitudine pesa come sempre, dato che la maggiore partecipazione sociale si riscontra nelle due Province Autonome di Bolzano e Trento.

 

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