CURE DENTALI, DALL'ONU UN IMPULSO PERCHE' LA SANITA' PUBBLICA AIUTI LE FAMIGLIE NELLE SPESE

15 Ottobre 2019

Alla fine la copertura universale del servizio sanitario nazionale ha messo i denti. La battuta circola nel quartier generale della Fédération Dentaire Internationale, l’associazione dei sindacati odontoiatrici mondiali guidata da questo mese per tre anni dal dentista italiano Gerhard Konrad Seeberger. A fine settembre, nella dichiarazione dell’Assemblea delle Nazioni Unite di New York sull’Universal Health Coverage anche le malattie del cavo orale a partire da carie e parodontite sono state inserite – insieme alle malattie oculari, alle malattie rare e alle malattie tropicali “neglected” – tra le patologie da prendere in carico negli stati membri Onu nell’ambito della primary health care, quella che comprende la medicina di famiglia. Si attende ora l’ingresso di queste patologie nel novero di quelle non trasmissibili al pari di tumori e patologie cardiovascolari oltre che di malattie psichiatriche e neurologiche. In ogni caso il contenuto della Dichiarazione è chiaro. E duplice: da una parte, i governi di tutto il mondo si impegnano a proteggere la popolazione dalle conseguenze economiche delle spese per il dentista, oltre che di altri servizi sanitari essenziali. Dall’altra, si prende atto che in molti stati del mondo le terapie, e non certo solo quelle orali, sono troppo spesso a carico del cittadino. La dichiarazione osserva che in media nel mondo un terzo delle spese per la salute ricade sulle spalle delle famiglie e poco più della stessa quantità è finanziato dagli stati; i servizi sanitari nazionali non ci sono dappertutto, in compenso nei paesi poveri il 30% dell’offerta di cure si basa su aiuti esterni. L’Onu si è posta come ambizioso obiettivo di arrivare per il 2030 alla prevenzione di tutte le patologie a larga diffusione, trasmissibili e non, e all’eliminazione del fenomeno dell’impoverimento dei privati dovuto alla ricerca (onerosa) di terapie: step intermedio, coprire un miliardo di cittadini nel mondo entro il 2023 con servizi sanitari di qualità e vaccini e terapie sicuri, efficaci, sostenibili. Sostenendo la posizione FDI con il viceministro degli esteri Emanuela Claudia Del Re, nella votazione ha fatto la sua parte anche l’Italia, dove decisamente il punto dolente sono le cure dentistiche, per il 90% a carico dei privati e delle assicurazioni o dei fondi integrativi. «Nostro obiettivo è non far pesare il mantenimento della salute e la cura delle malattie, incluse quelle del cavo orale, per più del 10% del budget familiare», ha dichiarato Seeberger incontrando nei mesi scorsi l’assessore alla sanità della Sardegna Sanna in procinto di elaborare possibili forme di copertura regionali.

 

La dichiarazione Onu però punta anche sul miglioramento degli stili di vita, e invita implicitamente il mondo medico ad un approccio “one health”, che cioè tenga da conto le determinanti ambientali della salute: in primo luogo l’aria pulita, l’acqua potabile, la sanificazione degli ambienti, la nutrizione adeguata. Non si cita un’altra emergenza “ambientale” quale la presenza degli zuccheri nella stragrande maggioranza degli alimenti in commercio nei paesi industrializzati, che ha spinto molti di questi a evocare (e in qualche caso come la Danimarca introdurre) una “sugar tax”. Si cita invece l’antimicrobical resistance da abuso di antibiotici, tema su cui a dover recitare il “mea culpa” non sono solo i medici e la “ricca” Italia ma anche i veterinari e gli allevatori dei paesi poveri. Infine, la Dichiarazione di New York chiede trasparenza nella fissazione dei prezzi di farmaci, vaccini, dispositivi medici, terapie cellulari e protesi. Cita la Dichiarazione di Doha del 2001 secondo cui la proprietà intellettuale non deve ostacolare il diritto degli stati di tutelare la salute dei cittadini promuovendo l’accesso alle medicine (e, se possibile, alla loro produzione). Una misura particolare del dispositivo è dedicata ai medici e agli operatori sanitari. Che devono essere “competenti, esperti e motivati” e incentivati a lavorare specie nelle aree rurali ma devono fruire di condizioni di lavoro decenti e sicure e di remunerazione adeguata in linea con il Global Code of Practice in International Recruitment of Health personnel dell’Organizzazione mondiale della sanità.

 

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