ACCESSO A CURE, IMMIGRATI SVANTAGGIATI, IN PARTICOLARE LE DONNE E CHI CERCA SERVIZI SPECIALISTICI

03 Aprile 2019

Minore conoscenza dei propri diritti, minore accesso allo specialista, e di conseguenza esposizione a patologie che si presentano in forma più grave, quasi sempre prese in Italia: i migranti – 10% della popolazione italiana -non sono in prima fila tra i cittadini che godono di buona salute. Pur essendo più giovani mediamente degli italiani, a parità di condizioni hanno circa il 45% di probabilità in meno di accedere a prestazioni specialistiche e il 45% in più di doversi rivolgere ai pronti soccorso. Lo dice lo studio UniBocconi “Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari”, presentato a Palermo da Carlo Devillanova, docente Economia Politica dell’ateneo milanese al convegno “Migranti e salute: tra prevenzione, cura e fake news”, promosso dall’Associazione Medici Endocrinologi (Ame). L’indagine confronta gli accessi a medici di base, specialisti, ospedali e posti di pronto soccorso di immigrati e italiani e identifica gli immigrati in base sia alla cittadinanza, sia al paese di nascita, portando così alla luce anche i percorsi sanitari degli immigrati di seconda generazione. Che ricorrono meno degli italiani agli specialisti, e in compenso hanno il 60% di probabilità in più di farsi curare in ospedale. Il motivo appare più legato alla complessità dell’apparato burocratico e a problemi linguistici che a barriere economiche. Le donne in gravidanza in particolare non fanno ecografie e analisi: quasi il 37% delle donne immigrate non ha fatto una diagnosi prenatale poiché non informata sulla sua esistenza, contro il 12% delle italiane.

 

A fare luce sulle patologie della popolazione straniera che hanno bisogno di servizi specialistici è invece un’indagine di Amsi, l’Associazione dei medici stranieri nel nostro paese guidata da Fouad Aodi, e in particolare dello "Sportello Amsi-Online" che segue immigrazione, sanità e cooperazione internazionale dal 2000. A una conferenza all’Ordine dei Medici di Roma i dati Amsi hanno evidenziato che le visite più richieste dai cittadini di origine straniera sono al 30% ginecologiche e pediatriche, al 30% ortopediche e fisiatriche, al 10% cardiologiche, per l’ipertensione e il diabete. Più che portare malattie, gli immigrati si ammalano in Italia –spesso per le traversìe che affrontano in viaggio – e non hanno livelli assistenziali paragonabili agli italiani. Infezioni vaginali e mutilazioni genitali femminili non sono rare, è diffuso il tumore al seno; in Ortopedia e Fisiatria le visite si devono spesso alle conseguenze di lavori pesanti ed alla vita in abitazioni umide non riscaldate, il 60% dei lavoratori soffre di ernia del disco. E prevalgono problemi di stress, fumo e da cambi di stile di vita. In diminuzione, del 5%, le richieste di circoncisioni rituali, grazie alla campagna mediatica forte fatta da Amsi e Fnomceo è in aumento chi rifiuta interventi di personale non qualificato a domicilio. C’è poi il disagio sommerso di chi sta peggio: «Le condizioni esistenziali dei cittadini stranieri irregolari limitano di fatto l’accesso alle cure», spiega al convegno palermitano Anna Spada, medico volontario dell’Associazione Naga Onlus. «Il Testo Unico sull’Immigrazione prevede siano assicurate le cure ambulatoriali ed ospedaliere urgenti o essenziali, ancorché continuative anche allo Straniero Temporaneamente Presente (senza permesso di soggiorno ndr) cui è assegnato il codice STP». Dalla banca dati Naga emerge che il 10% dei pazienti del centro milanese presenta alla prima visita condizioni cliniche che necessitano di intervento specialistico in ambito ospedaliero. In particolare i pazienti senza fissa dimora, la cui percentuale è passata dal 23% del 2014 al 31% nel 2017, presentano una frequenza di patologie delle vie respiratorie e dermatologiche superiore a chi vive in affitto o presso i datori di lavoro, verosimilmente causate dall’esposizione al freddo e dall’assenza di buone condizioni igieniche. Inoltre, sono presenti disturbi psichici e comportamentali (10% contro il 5.5% degli immigrati in affitto). Estremamente rare le malattie infettive, lo 0,016% di chi si è rivolto al Naga. «Gli stranieri presenti sul territorio italiano – conclude Spada – non sono una minaccia per la salute collettiva; è invece minacciata la loro possibilità di veder riconosciuti i diritti fondamentali, quale quello alla salute».

 

Fonti:

https://www.controluce.it/notizie/si-aprono-domani-i-lavori-del-convegno-migranti-e-salute/

https://naga.it/2018/12/13/cittadini-senza-diritti-rapporto-naga-2018-immigrazione-e-insicurezza-la-casa-il-lavoro-e-la-salute/