SPESA FARMACEUTICA, L’IMPORTO PAGATO DAGLI ITALIANI PER AVERE IL FARMACO DI MARCA È DOPPIO DEL “VERO” TICKET

27 Luglio 2018

Tra farmaci e diagnostica, nel 2017 le Regioni hanno incassato per i ticket quasi 2,9 miliardi di euro degli 8,8 spesi dagli italiani di tasca loro per la salute. Ogni italiano ha cioè speso 47 euro di compartecipazione ai costi del servizio sanitario, oltre agli altri 100 euro esatti impiegati per coprire prestazioni che la sanità pubblica non offre. Ma almeno un miliardo della spesa in farmacia può in futuro essere evitato o limato. Lo afferma il rapporto Osmed sull’uso dei farmaci dell’Aifa, ripreso dalla Fondazione Gimbe. L’Agenzia del Farmaco ha valutato dati del 2017 e Gimbe ha messo in assoluto rilievo come dei 1.549 milioni di euro spesi dagli italiani per il ticket sui farmaci due terzi siano serviti a pagare la differenza tra prezzo del farmaco di marca e generico equivalente (il cui minor prezzo è sostenuto dal Servizio sanitario). Nel periodo 2013-2017 questa voce specifica è aumentata del 20%, dagli 878 milioni di euro del 2013 ai 1.050 milioni del 2017. Il delta tra spesa pro capite per farmaco di marca e generico è diverso da una regione all’altra ed oscilla dai 23 euro annui spesi da ogni cittadino laziale ai 10,5 spesi da ogni altoatesino. Tutte le Regioni sopra la media nazionale sono del centro-sud: Sicilia con 22 euro pro-capite, Calabria, Basilicata e Campania intorno ai 21, Puglia e Molise sopra i 20 euro. Un esborso per farmaci che hanno la stessa efficacia, dunque sulla cui utilità all’atto pratico c’è da interrogarsi, e che il presidente Gimbe Nino Cartabellotta ha in passato definito “consumismo sanitario”. Il Presidente GIMBE chiede oggi azioni concrete per aumentare l’uso dei farmaci equivalenti, visto che i dati dell’Organizzazione per il commercio e lo sviluppo europeo ci vedono al 26° posto su 27 paesi sia per valore, sia per volume del consumo degli equivalenti.

 

Meno di un terzo del miliardo e mezzo sborsato dai cittadini per le medicine a titolo di ticket è invece stato speso come quota fissa per ricetta o confezione (498,4 milioni di euro, pari ad euro 8,2 pro-capite): una quota quindi piccola che peraltro alcune regioni - Marche, Sardegna e Friuli Venezia Giulia-  non prevedono e che dove c’è incide tra 0,5 e 18 euro annui sulla spesa pro capite.

Invece 1.336,6 milioni di euro sono stati spesi per le prestazioni di specialistica ambulatoriale, incluse quelle di pronto soccorso. L’entità della compartecipazione alla spesa nel periodo 2014-2017 si è mantenuto costante ma, se nel 2014 la spesa per farmaci e prestazioni specialistiche erano sovrapponibili, negli anni successivi si è ridotta la spesa per i ticket sulle prestazioni (-7,7%) ed è aumentata quella per il ticket sui farmaci (+7,9%).

 

In assoluto –tra ospedale e farmacia - in ticket spende di più il cittadino valdostano con 97,7 euro, di cui 66 impiegati per esami e visite, mentre il sardo ne spende meno di un terzo, euro 30,4. Per i farmaci si spende di più al Sud con i campani che spendono euro 34,3 a testa, più del doppio dei friulani (euro 15,6 a testa); per le prestazioni specialistiche in Sicilia si spendono solo 8,6 euro medi. Cartabellotta ricorda come la revisione dei criteri di compartecipazione alla spesa, evocata dal patto salute stato-regioni del 2014, sia stata sospesa dalla precedente maggioranza «per evitare uno spostamento verso strutture private a causa di ticket troppo elevati per la specialistica. Ma adesso per il nuovo Esecutivo diventa una priorità. Le eterogeneità regionali e quelle relative alla tipologia di ticket (per farmaci rispetto alle prestazioni) richiedono azioni differenti», avverte Cartabellotta. «E’ indispensabile uniformare a livello nazionale i criteri per la compartecipazione alla spesa e le regole per definire le esenzioni; in secondo luogo, occorre superare il superticket (10 euro in più a ricetta per visita o esame nel SSN fissati nel 2011, ndr) anche al fine di ridurre le “fughe” verso il privato per le prestazioni specialistiche; infine, occorre aumentare l’uso dei farmaci equivalenti».

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Ha aperto le danze il 1° luglio la Lombardia, dove, grazie a un finanziamento di circa 21 milioni, si dimezzano in media i ticket aggiuntivi per i servizi, i tetti massimi si abbassano da un top di 30 a 15 euro. Si tratta di cifre da versare in aggiunta al ticket nazionale il quale arriva fino a 36 euro ed esiste dall’82, ed è intoccabile per giurisprudenza della Corte Costituzionale. «veniamo incontro a chi è costretto a sottoporsi ad esami diagnostici richiesti per accertare la presenza o il controllo di gravi patologie o per importanti attività di prevenzione", dice l’assessore alla sanità Giulio Gallera.

In realtà i miglioramenti sono contenuti: La compartecipazione massima, ieri di 66 euro (36 più 30) scenderà a 51 euro. In base ai calcoli dell’assessore «beneficeranno un milione e mezzo di lombardi, ma la protezione per le fasce più fragili è già ampiamente garantita dai 70 milioni che la Regione spende per esenzioni aggiuntive ad under 14, disoccupati e cassintegrati, over 65 con reddito fino a 38.500 euro (anziché 36.151), e alle famiglie con reddito fino a 18 mila euro.

 

Anche la giunta della Regione Abruzzo dal 1° luglio per favorire l'accesso alle prestazioni sanitarie per le popolazioni a minore reddito ha ridotto a 5 euro la quota fissa di 10 euro per le ricette per prestazioni specialistiche ambulatoriali per la popolazione con reddito familiare superiore a euro 8263,31 e inferiore o uguale a 30mila euro, e azzerando il superticket sotto la cifra di 8263,31 euro. Silvio Paolucci, assessore alla sanità spiega che viene ad essere alleviata metà della popolazione della regione, da 18 mesi uscita dai piani di rientro dal deficit. «Le modalità di calcolo del reddito familiare tengono conto di diversi parametri come il numero di persone all'interno del nucleo e pertanto circa il 14% delle ricette vedrà azzerato il superticket mentre un altro 40% beneficerà del suo dimezzamento. Essendo però l’Abruzzo appena uscito dal mandato commissariale dovuto al deficit, la delibera va approvata dal Governo.  In Emilia-Romagna, dove fin qui erano stati salvaguardati i redditi più bassi, le buone notizie arriveranno dal 1° gennaio 2019 quando il balzello resterà in vigore solo per i redditi superiori ai 100mila euro annui, con un risparmio per i cittadini di 22 milioni di euro l’anno: quasi un milione di persone pagherà in tutto 22 milioni di euro in meno l’anno, risparmiati grazie all’utilizzo della centrale unica per gli acquisti di beni e servizi, che è riuscita a ottenere prezzi più bassi nelle gare per 370 milioni solo nel capitolo sanità.

 

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