FARMACIA DEI SERVIZI, DECOLLO CONDIZIONATO DA UNA FIN TROPPO BASSA INTERAZIONE CON I MEDICI

3 Dicembre 2018

Talvolta, anche sui media, si racconta di scenari in cui singole farmacie, affittando locali a gruppi di medici, se ne vedono indirizzare i pazienti ottenendo vantaggi commerciali. Eppure, dal rapporto presentato dal Tribunale del Malato-Cittadinanzattiva con Federfarma e Teva questo scenario esce ridimensionato. Dal questionario porto a 1075 farmacisti di tutte le età e di tutta Italia viene fuori che solo in un 29% dei casi nell’ambito dove c’è una farmacia c’è anche una medicina di famiglia di gruppo, e l’interazione tra farmacia e aggregazione di medici sussiste solo in un caso su dieci di quelli in cui la contiguità sussiste. La farmacia dunque resta separata dal medico, forse troppo. Dal 1° Rapporto annuale sulla Farmacia presidio del Servizio sanitario nazionale, presentato dal Presidente Federfarma Marco Cossolo e dal Segretario di Cittadinanzattiva Antonio Gaudioso, emerge poi che la farmacia dei servizi prevista dalla legge 69/2009 decolla a diverse velocità a seconda del successo dei servizi offerti, e sono al palo istituti come l’assistenza a casa dei malati che, poggiando sulla presenza di un infermiere nel “presidio”, era uno dei capisaldi. Solo il 7% delle farmacie offre assistenza domiciliare integrata. Invece, un 84% distribuisce prodotti di assistenza integrativa come i pannoloni, un 78% consegna ossigeno, un 77% offre opuscoli di prevenzione, un 73% propone materiale sulla corretta assunzione del farmaco, un 56% dà consigli su come smaltire bene i medicinali usati, e soprattutto di un 98% distribuisce per conto dell’Asl farmaci acquistati dalla regione con gare direttamente dal produttore.

In nove anni, le farmacie hanno comunque cambiato pelle: 70 su 100 sono coinvolte in programmi di screening dei tumori. Nella maggioranza degli esercizi si effettuano test di laboratorio: glicemia nel 96%, colesterolo nel 92%, trigliceridi nell’83%, emoglobina glicata nel 50. Meno diffusa è la diagnostica strumentale se si eccettuano la misurazione della pressione arteriosa, e la holter pressoria che si effettua nel 64%. In pochi sperimentano la telemedicina, se si eccettua l’elettrocardiogramma con refertazione a distanza (coinvolta almeno una farmacia su quattro); una su dieci tele-monitora la pressione arteriosa. Sporadici sono servizi come controllo di nei o fundus oculi, consulente nutrizionista o psicologo. Si è diffusa invece al 63% delle farmacie la prenotazione a distanza di esami e visite in strutture pubbliche o private, anche se in metà dei casi i risultati sono modesti, si arriva a una prenotazione settimanale. In 85 occasioni su 100 il servizio non è pagato dall’utente (in tre quarti dei casi a contribuire è l’Asl con una media di un euro e mezzo a prenotazione), mentre nel 14% si versa entro i 2 euro, e nell’1% oltre. Nel 40% dei casi i Cup delle farmacie servono anche a rintracciare i referti online e a ritirarli, oppure (44%) a pagare il ticket per l’esame prenotato. In 12 casi su 100 infine si può persino attivare la tessera sanitaria. Altra novità: le farmacie sono sempre più giovani, hanno in media 3,5 addetti e le classi d’età più rappresentate sono 25-34 e 35-44 anni. Una parte dell’aggiornamento è insito in progetti per favorire l’aderenza terapeutica dei pazienti cronici, riguardanti il 44% delle farmacie, in particolare su utenti diabetici e cardiopatici seguiti da broncopneumopatici. Dal tutoraggio alla persona (61%) al remainder della terapia (41%) alla ricognizione se il paziente prende i farmaci o no (15%) cresce l’interazione con i cronici e nel 20% dei casi la farmacia utilizza app, in genere da smartphone, per dialogare con l’utente mentre nel 42% dei casi l’interazione a distanza riguarda i medici. Il rapporto profila poi le farmacie delle aree interne, dove si concentra un quarto della popolazione: offrono meno servizi per i bambini, un po’ più assistenza domiciliare (9%) e analoghi interventi alle farmacie dei grossi centri sul monitoraggio delle terapie. E preparano medicinali o li dispensano a domicilio in misura maggiore di un 26%, comunicano più spesso scostamenti dai piani terapeutici (15% in più delle farmacie dei grossi centri) e offrono orari più lunghi, anche se sono un po’ meno informatizzate. Nel complesso - dice la presidente dell’associazione delle farmacie rurali Sunifar Silvia Pagliacci - la farmacia rurale esce a testa alta. Nonostante tutte le difficoltà il servizio farmaceutico risulta omogeneo in tutto il Paese».

 

Fonti:

«Il medico di famiglia oggi è gradito molto di più di 40 anni fa quando esordì il servizio sanitario. Nel 1978 era apprezzato dal 58% dei cittadini, adesso lo è dal 78%, e si arriva al 90-91% tra gli ultrasessantacinquenni», ha ricordato Filippo Anelli Presidente della Federazione degli Ordini al Congresso Simg riportando il rapporto Censis. «In questi ultimi anni peraltro si è moltiplicata la mole di lavoro». È raddoppiato, per la precisione, come affermano i dati di Health Search, la rete epidemiologica dei medici della Società Italiana di Medicina generale: da 5,5 visite a paziente di media nel 2006 a 10 nel 2016 e presumibilmente cresce ancora, visto l’esodo di medici in età da pensione non sostituiti perché non sempre c’è ricambio.

Non è la sola buona notizia di Censis. Cresce la percentuale di chi considera in Italia il medico di famiglia “principale fonte di informazioni sulla salute”: 10 anni fa era il 66,3%, ora la percentuale è salita al 72,3%. Seguono a distanza, come “buoni consiglieri”, i familiari (32%), la tv (25,7%) e il web che è salito dall’8,7% al 22%. Ma qui il rapporto Censis si intreccia con la ricerca Eumetra, che conferma come la percezione della propria salute nei maggiorenni oggi passi per il web, in Italia e nel mondo, e si imbatte nelle bufale senza grandi difese. Ai primi sintomi di una malattìa internet è il punto di riferimento sia per i nativi digitali sia per i senior. Di fronte ai primi sintomi, anziché dal medico, ci si informa prima su internet. Tuttavia, a parole, ci si fida di medici e farmacisti, messi al primo posto tra i dispensatori di buone “dritte”, con il 91% dei consensi, dato esattamente sovrapponibile a quello offerto dagli anziani nella ricerca Censis, e meno del web e dei social (36%). In pratica, il rapporto con innovazione e tecnologia è indispensabile per l’informazione, ma al momento delle scelte conta il fattore umano, e per di più competente e capace di conoscere da tempo l’interlocutore-paziente. Otto intervistati da Eumetra su dieci sono favorevoli a condividere su app i dati della propria cartella sanitaria e il 77% usa la tecnologia (internet, app e wearable) per la cura del proprio benessere. Il 55% degli italiani è disposto a condividere i propri dati sanitari tramite device, senza porsi particolari problemi di privacy, purché gli interlocutori siano sempre medici o farmacisti, istituzioni, aziende farmaceutiche e le assicurazioni; i più restii sono gli anziani, tra gli over 65 la fiducia scende al 39%. È un’ulteriore attestato di fiducia nei confronti del medico, al quale –nel rapporto Censis, stavolta - gli italiani danno la funzione di una sorta di “guardiano della salute”: giusto utilizzare le linee guida ma può e deve al momento opportuno staccarsene nell’interesse individuale dell’assistito. Il 53% degli italiani afferma che è il medico a decidere se e come applicare quello che c’è scritto nei “testi sacri”; anzi, il 19,4% degli intervistati da Censis è contrario a protocolli, buone pratiche e raccomandazioni perché alla fine rischiano di deresponsabilizzare i medici. Insomma, il camice deve ragionare con la propria testa e deve saperlo dimostrare, visto che è la fiducia a guidare la scelta del curante nel 61,3% dei casi, ma si arriva al 90% negli ultrasessantacinquenni. Contano invece di meno la minor spesa (26,3% gli intervistati che scelgono attraverso le tariffe praticate), i materiali utilizzati o la vicinanza.

 

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