Tumori, più soluzioni per guarire ma il nodo dei costi pesa sul futuro

24 Ottobre 2018

I tumori sono sempre più diffusi in Italia. E se forse come malattia si curano meglio, come costi necessari ad affrontare le terapie fanno sempre più paura. Crescono le spese del servizio sanitario nazionale e di pari passo, come denuncia la Conferenza Nazionale del Collegio Italiani Primari Oncologi Medici Ospedalieri, il volume di lavoro dei reparti. Tre le notizie chiave che arrivano dalla conferenza Cipomo. La prima è positiva: grazie all’efficacia delle cure è aumentata la durata della malattia dopo la diagnosi di cancro. Lo si evince dall’aumento, del 24% negli ultimi sette anni, della “prevalenza”, cioè il numero di pazienti sopravviventi. Ad attestarlo, la pubblicazione annuale “i numeri del cancro” a cura delle associazioni di Oncologia Medica Aiom e dei Registri Tumori Airtum. Certo, la crescita avviene di pari passo con la maggior diffusione della malattia, attestata da un secondo studio coordinato dall’Istituto CRO di Aviano in collaborazione con Regione Veneto e Istituto Superiore di Sanità e diffuso a primavera, al 2020 gli italiani che hanno affrontato o combattono la malattia saranno 3,6 milioni, quasi il 6% della popolazione, e di questi 800 mila saranno donne con tumore della mammella. Sempre il rapporto “i numeri del cancro” ci dice che i nuovi casi di tumore diagnosticati nel 2017 erano 373 mila. La crescita è costante ma, com’è emerso dalla Conferenza Cipomo, l’efficacia delle terapie chirurgiche, mediche e radioterapiche garantisce oggi la guarigione di due pazienti su tre. Ciononostante, e questa è la seconda notizia porta dai primari guidati da Mario Clerico, i pazienti, sempre più informati e talora vittime di fake-news che ventilano soluzioni miracolose, hanno comunque bisogno di cure e assistenza prolungate. Con il paziente oncologico, obiettivo finale è conciliare la domanda e l’offerta di cura con una corretta ed efficace comunicazione, presupposto indispensabile per comprendere e condividere gli obiettivi di cura. Ne deriva la necessità per l’oncologo ospedaliero di prendersi più tempo per dialogare, un tempo che già scarseggia perché –e questo è il terzo tema caldo esposto in conferenza – i costi crescono, e il budget di un reparto oncologico di media grandezza con 1000 nuovi casi all’anno supera i 5 milioni di euro, mentre i reparti più grandi possono arrivare a qualche decina di milioni. Questi reparti quindi devono dedicare personale al monitoraggio dei processi di governo clinico e di spesa sui farmaci, in particolare sugli innovativi del “file F, oltre che ai trial clinici, alla stesura di protocolli di cura, all’alimentazione di reti online con altri ospedali per ottimizzare l’assistenza ai pazienti. Occorrono dunque nei reparti italiani personale – medici e infermieri nelle nostre corsie sono mediamente più “anziani” – formazione, supporti informatici e personale amministrativo.

Nella presa in carico del paziente dimesso dall’ospedale e in via di guarigione, una mano potrebbe darla in parte forse anche il medico di famiglia. La piattaforma per dialogare si chiama “piano terapeutico”, quello che gli specialisti rilasciano ai pazienti gestiti a casa accanto alla prescrizione di farmaci antineoplastici, ormoni, immunostimolanti e che i medici convenzionati applicano. Come ha spiegato la dottoressa Gabriella Levato di Fimmg a un recente incontro promosso dalla Regione Lombardia sui farmaci biosimilari, «il paziente arriva da noi al momento in cui è massima la sua attenzione sul farmaco di cui ha il Piano Terapeutico, e ci fa domande precise. In certi casi gli appuntamenti con la struttura pubblica sono presi in date successive alla scadenza delle terapie. Allora che si fa?» Chi e come prende in mano la situazione? Il tema è scottante, specie se lo specialista e la struttura oncologica di riferimento si trovano a grande distanza. Ma in prospettiva per l’oncologo c’è un alleato con cui fronteggiarlo.

 

 Fonti: