MALATI CRONICI DENUNCIANO INERZIA DELLE REGIONI MA ANCHE I SANITARI POTREBBERO FARE DI PIU’

12 Maggio 2018

Integrazione carente tra medici di famiglia e specialisti e tra ospedale e territorio: sono gli ostacoli denunciati rispettivamente dal 96% e dal 65% dei pazienti di 50 associazioni intervistati nel 16° Rapporto sulle cronicità del Tribunale del Malato, che contiene alcuni dei temi portanti dell’annuale Rapporto-Pit Servizi. Ci sono le solite falle nell’assistenza domiciliare per il 46% dei rispondenti. E laddove esistono percorsi diagnostico-terapeutici ospedale-territorio solo metà degli intervistati si sente inserita in un percorso di cura. Quanto ai registri per le cronicità, esistono in una regione su quattro e il 37% dei malati non è coperto. Il piano nazionale cronicità e i nuovi livelli essenziali di assistenza non funzionano ancora. Come ha ricordato Tonino Aceti presidente Tribunale dei Diritti del Malato e portavoce del coordinamento nazionale malati cronici (Cnamc) di Cittadinanzattiva alla presentazione del rapporto, il Piano Cronicità -approvato ormai 20 mesi fa- è formalmente recepito solo in cinque regioni (Umbria Puglia Lazio Emilia R. e Marche). È vero, il Piemonte sta per recepirlo, la Lombardia lo cita nella sua riforma dove si affida a gestori al posto dei medici di famiglia per la presa in carico dei pazienti, Liguria Toscana e Veneto stanno costruendo proprie riforme. Ma per i malati le regioni hanno le loro colpe: non considerano il disagio economico e psicologico (per il 70% degli intervistati), le loro strutture non danno risposte “umane” (80%), le attese sono lunghe (per il 75%) e mancano aiuti alle famiglie nel gestire le patologie (70%).

 

E notizie peggiori arrivano dall’attuazione dei nuovi livelli di assistenza: sono bloccati perché non sono stati approvati due decreti attuativi che definiscono le tariffe massime delle prestazioni ambulatoriali e dei dispositivi protesici. Mancano inoltre criteri per uniformare le prestazioni affidate alle regioni spiega Aceti. «E se nel Piano cronicità le Associazioni hanno avuto e continuano ad avere un ruolo da protagoniste e hanno un luogo, la Cabina di Regia, per il monitoraggio, i livelli essenziali di assistenza restano autoreferenziali. Si apra la Commissione Nazionale LEA alle organizzazioni civiche». Un’altra commissione al Ministero della Salute è intanto aperta al Tribunale dei Diritti del Malato e riguarda le liste d’attesa: in quella sede, le associazioni dei consumatori mettono in correlazione le lunghe attese con l’aumento del ricorso nelle strutture alla libera professione intramuraria da parte dei medici. Regioni come l’Emilia Romagna hanno subordinato lo svolgimento dell’attività professionale fuori orario all’azzeramento delle attese nei reparti.

 

Per i sindacati dei medici ospedalieri, i pazienti in attesa non sono indirizzati nel privato dai medici intenzionalmente. Per Giuseppe Ettore coordinatore del sindacato Fesmed l’ospedale è intasato da pazienti che svolgono visite ambulatoriali per le quali dovrebbero rivolgersi al territorio e ai suoi specialisti. Per Antonio Magi segretario degli specialisti del territorio Sumai il problema è che il territorio non fa visite perché gli specialisti sono stati trasferiti negli ospedali, specie al Centro-Sud, così da mantenere una certa offerta di prestazioni ed evitarne la chiusura. Il serpente si mangia la coda. Gli intervistati del sondaggio accusano in primo luogo una pubblica amministrazione poco “sensibile”. E ricordano che per una disabilità spendono fino a 60 mila euro per adattare la casa abbattendo barriere architettoniche, fino a 36 mila per la retta d’ospitalità di un anziano in strutture residenziali, fino a 25 mila euro per una badante. Le detrazioni dall’Irpef? Non bastano. Servono politiche umane.

 

FONTI

 

«Chi già beneficia di una forma sanitaria integrativa - spiega Marco Vecchietti Ad Rbm Assicurazione Salute - ha la garanzia di avere già pagata oltre il 66% delle cure che dovrebbero pagare di tasca propria (il valore di rimborso medio nel 2017 si è attestato, infatti, a 433,15 Euro).

 

E aggiunge: « Attraverso la disponibilità per tutti i cittadini di una polizza sanitaria o di un fondo sanitario integrativo, si potrebbe così realizzare un effettivo affidamento in gestione della spesa sanitaria privata di tutti i cittadini ad un sistema “collettivo”; si stima che questa impostazione potrebbe consentire di dimezzare e assicurare un contenimento della spesa sanitaria privata attualmente a carico delle famiglie di circa 20 miliardi di Euro (oggi solo 5,7 miliardi di euro sono mediati da assicurazioni e fondi integrativi), con una riduzione dei costi medi pro capite attualmente finanziati “di tasca propria” di quasi 340 Euro»

Ci sono però anche prese di posizione nuove nel campione. Molti intervistati ritengono giusto “tutelare” –in ultima analisi– il Ssn penalizzando con tasse o limitazioni nell'accesso persone che mettono a rischio la propria salute per via di stili di vita nocivi (fumatori, obesi etc). Su DoctorNews Ivan Cavicchi sociologo ed esperto di sanità vede il segno di un salto di qualità culturale, «i cittadini sanno di avere non solo diritti ma diritti e doveri. Guai però a dedurre che un fumatore si deve pagare le cure per il cancro al polmone, quando ben si sa che non c’è alcuna certezza definitiva di causalità tra il vizio e la malattia ma ci sono altre determinanti patologiche come gli inquinanti ambientali.

 

Occorre introdurre una questione degli oneri morali, “doveri” da non imporre per legge ma da far conoscere con l’educazione, come i vaccini, gli stili di vita sani». Quanto alla proposta delle mutue («già viste prima del 1978») per Cavicchi presentano due handicap: il rischio default «perché il finanziamento offerto dai contributi non può seguire il ritmo di crescita della domanda di salute» e la coscienza del fatto che per ora i fondi sanitari sono in prevalenza sostitutivi delle prestazioni del SSN e in concorrenza con quest’ultimo».

 

Fonti: