ALZHEIMER, ECCO LA DIAGNOSI PRECOCE PER DECIDERE PRIMA L’ASSISTENZA CON IL PAZIENTE

25 Settembre 2018

Badante in casa? Residenza sanitaria? In realtà circa 8 famiglie su 10 in Italia preferiscono sostenere il malato di Alzheimer in casa propria assumendosi i costi dei trattamenti: gli dedicano circa 7 ore di assistenza diretta, ossia di pura cura, e 11 di sorveglianza ossia di tempo trascorso con lui. Una generosità che a volte si paga con un esaurimento nervoso. Oggi ci sono tecniche che rendono possibile diagnosticare la malattia quando il paziente è ancora in grado di contribuire alle proprie scelte per il futuro, prima che compaiano i disturbi come agitazione, insonnia, delirio, apatia, scarsa collaborazione, aggressività fisica o verbale. «Questa forma di demenza in genere è diagnosticata dopo 2-4 anni di malattia, complici alcuni pregiudizi sull’invecchiamento. Si tende a ritenere inevitabile la prospettiva di un declino delle facoltà cognitive e in particolare della memoria», spiega Orazio Zanetti primario del reparto Alzheimer del Centro San Giovanni Di Dio. «In realtà solo il 7% degli anziani sopra i 65 anni ha problemi di demenza». Peraltro, stando allo studio di Iain Carey, del Population Health Research Institute della St George's, University di Londra e del King's College London, vivere in aree urbane inquinate aumenta del 40% il rischio di ammalarsi. C’è però un secondo errore dietro l’angolo, pensare che siccome non ci sono cure diagnosticare la malattia non serva. 

Lo scorso 21 settembre alla 25a Giornata Mondiale dell’Alzheimer, l’Irccs Fatebenefratelli, che ospita alcuni dei centri Alzheimer sparsi per l’Italia – in tutto 600– ha organizzato appuntamenti per far capire a famiglie e operatori che la diagnosi precoce giova a una corretta presa in carico del malato. E a volte lo guarisce, se Alzheimer non è. «In Italia esiste una rete di circa 600 centri per i disturbi cognitivi e la demenza (CDCD), cui è necessario che i malati ed i familiari si affidino al più presto se vogliono essere alleggeriti –grazie al contributo di medici, infermieri, educatori, assistenti sociali, psicologi – dal peso assistenziale e dal senso di solitudine» sottolinea Zanetti. Negli ultimi 10-15 anni è diventato possibile diagnosticare l’Alzheimer alle prime avvisaglie grazie ad una procedura relativamente semplice, effettuabile nell’ambulatorio del geriatra, neurologo o psichiatra, in 5-6 fasi: anamnesi (modalità d’esordio dei sintomi e loro evoluzione); valutazione del livello di autonomia; esame di alterazioni della sfera comportamentale (depressione, apatia, perdita di interessi); esame fisico e neurologico; esami del sangue per escludere un cattivo funzionamento della tiroide o carenza di vitamine che possono dare sintomi simili; una TAC (o Rmn) del capo per una miglior definizione diagnostica. La procedura porta a una diagnosi corretta nel 90% dei casi. Più precoce è la diagnosi più si alzano le probabilità di guarigione di disturbi cognitivi non legati all’Alzheimer ma creduti irreversibili. «Per il paziente Alzheimer, una volta provata la presenza di malattia, si potrà dare avvio a un trattamento farmacologico con l’intento di rallentare il processo degenerativo di uno, due o tre anni» osserva Zanetti. Nel rimanente 10% delle persone con sintomi più sfumati, possono essere necessarie indagini diagnostiche più complesse e sofisticate, come Risonanza ad alta risoluzione, per quantificare un’eventuale riduzione della massa cerebrale funzionante. Il prelievo di liquido cerebrospinale consente di misurare la quantità di proteine beta-amiloide oppure tau coinvolte nella comparsa della malattia. Da poco tempo è possibile “quantificare” la presenza di beta amiloide nel cervello anche con una PET cerebrale. Negli ultimi tre anni, nell’Ambulatorio Traslazionale per la Memoria del Fatebenefratelli, sono stati valutati 556 pazienti di cui 131 (23%) hanno ricevuto la diagnosi di Alzheimer e sono stati posti in terapia con anticolinesterasici e memantina. Inoltre, alla maggior parte dei pazienti (92%) è stata proposta la partecipazione a progetti di ricerca per valutare l’efficacia di nuove cure farmacologiche (anticorpi anti beta amiloide) e non farmacologiche.

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