SANITA’ IN AFFANNO NEI RAPPORTI CREA E PIT-TDM, DA NORD A SUD CURE IN RITARDO E BILANCI DI NUOVO IN ROSSO

20 Dicembre 2019

Un anno e mezzo per una ricostruzione mammaria, sedici mesi per una mammografia programmata, ritardi in oltre un caso su otto anche per gli interventi sui pazienti oncologici. Confermano il ritrarsi della sanità pubblica già certificato dal Censis –e non solo in tema di resistenze batteriche ma anche in quella lotta alle cronicità che ci vedeva tra i primi al mondo anche il 22° Rapporto PIT del Tribunale dei Diritti del Malato e il 15° rapporto del Centro per la ricerca economica applicata in sanità (Crea) dell'Università Tor Vergata di Roma. Ma l’allarme viene dal primo: per sostenere l’assistenza richiesta dai cittadini le regioni nel 2018 sono tornate a far crescere i disavanzi, di 1,2 miliardi di euro.

Vista dal rapporto Crea, la crisi della sanità italiana è più accentuata che negli altri paesi dell’Unione Europea, abbiano questi ultimi servizi sanitari “universali” o prevalenza di mutue. La spesa totale per la salute, pubblica e privata, nel 2018 in Italia era il 32% in meno di quella degli altri paesi dell’Europa Occidentale, e quella pubblica il 37% in meno dell’equivalente sostenuta in Gran Bretagna, Francia, Germania. Per livelli di spesa pubblica, siamo ormai allineati ai paesi dell’Europa dell’Est – dice il Rapporto accademico del gruppo di lavoro ideato dal professor Federico Spandonaro – e il privato avanza, incidendo di più sulle tasche degli italiani, specie di chi non è coperto da forme di mediazione assicurativa. Sempre nel Rapporto Crea, ben 4,2 milioni di famiglie affermano di aver dovuto limitare le spese sanitarie per motivi economici, e di queste ben 1,1 milioni non ha potuto permettersi alcuna spesa. Nel Mezzogiorno, i consumi sanitari già avevano pesato sui bilanci delle famiglie al punto da rinunciare alla prestazione nel 7,9% dei casi, ma nel 2017 la percentuale è salita all’8,3% con punte del 9% in Puglia e di quasi l’11% in Calabria, regione per la quale si attendono da quest’anno le performance post-commissariamento.


Un secondo rischio, per gli osservatori interni alla sanità pubblica, è connesso all’avanzare dei fondi integrativi. Nel 2017 il 78% delle famiglie ha speso di tasca propria per curarsi, e in un anno il totale è cresciuto del 26%, oltre un quarto. «È illusorio pensare che assicurazioni e welfare aziendale costino meno e siano più efficaci», ha spiegato Carlo Palermo segretario del sindacato medici ospedalieri Anaao Assomed al 60° anniversario del sindacato. «Possono svolgere un ruolo, ma la loro espansione è sostenuta da importanti agevolazioni fiscali che causano una perdita di gettito Irpef (a carico della collettività dei contribuenti) e un minor monte contributivo (a carico delle future pensioni dei lavoratori). E creano diseguaglianze perché offrono risparmi fiscali crescenti al crescere del reddito, discriminano specifici gruppi di popolazione e legittimano l’idea che di fronte alla malattia i cittadini non siano tutti uguali». Insomma, l’italiano è tra due fuochi: spendere di più per coprirsi meglio di fronte al rischio-salute o affrontare la crescente inefficienza delle strutture pubbliche. Qui, come conferma il rapporto Pit, cresce la denuncia di lunghe liste d'attesa (57,4%, era il 56% nel 2017), del prezzo del ticket e della mancata considerazione delle esenzioni (30,8%), e i cittadini segnalano più problemi nell'ottenere visite specialistiche (34,1%), interventi di chirurgia (31,7%) ed esami diagnostici (26,5%). Gli interventi di chirurgia fanno registrare maggiori attese in ortopedia (27,2%), chirurgia Generale (16%), oncologia (13%) e oculistica (11,3%). Ma per Antonio Gaudioso segretario generale di Cittadinanzattiva il problema emergente sono «i servizi territoriali, privi di modelli organizzativi standard da far rispettare».

 

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