RITORNO A SCUOLA, DA ROMA IN SU NIENTE CERTIFICATI MEDICI, REGION "SEPARATE DI FATTO" SU RISCHIO CONTAGI

20 Novembre 2018

Italia divisa in due anche per i certificati medici di riammissione a scuola. Certificati che devono accompagnarsi alla giustificazione quando l’assenza dura più di cinque giorni. O meglio, dovevano. Ormai sono otto le regioni che hanno varato nuove norme antiburocrazia per semplificare il ritorno a scuola. Alle sette preesistenti- Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Liguria ed Umbria–si aggiunge il Lazio che sul bollettino ufficiale numero 86 del 23 ottobre 2018 abolisce l’onere. Il certificato del pediatra è previsto ora solo se lo chiede la famiglia per presentarlo in una delle dodici regioni che mantengono l’obbligo, o –più di frequente- se richiesto da misure di profilassi previste dal decreto del Ministero della Sanità del 15 dicembre 1990. Tale decreto divide le malattie da segnalare in cinque classi e nella seconda (patologie ad elevata frequenza o passibili di interventi di controllo) inserisce varicella, morbillo, epatite A e B, parotite, pertosse, meningite, rosolia, salmonella, scarlattina, prevedendo la segnalazione all’Asl da parte del pediatra e la tutela delle collettività attraverso la certificazione medica. Altre regioni si comportano diversamente e per queste stesse patologie trasmissibili si contentano dell’autocertificazione. Per asilo nido, scuola materna ed elementare, in Lombardia una delibera impone il passaggio dal pediatra se il bambino è allontanato per esantema, congiuntivite purulenta o diarrea: sia per le malattie infettive soggetta ad interventi di isolamento, sia negli altri casi, basta che il genitore autocertifichi al Direttore della scuola di essersi attenuto alle indicazioni ricevute. Peraltro il pediatra che riscontri una malattia infettiva per la quale siano previsti segnalazione alla ASL e specifico periodo di contumacia, comunicherà al genitore una prognosi scritta non inferiore al periodo di “quarantena” previsto. Per morbillo, parotite, varicella si tratta di cinque giorni successivi dall’esordio clinico, per la pertosse di cinque dall’inizio della terapia antibiotica, per la rosolia di sette giorni. Sono praticamente gli stessi termini previsti dal decreto nazionale.

Il regionalismo in materia si è avviato nel 1994 quando il Testo Unico della Pubblica Istruzione n.297 tolse l’obbligo di certificato per assenze oltre i 5 giorni istituito dal Dpr 1518 del 1967. In questi anni la medicina delle evidenze ha dimostrato che nelle scuole non ci sono più le malattie infettive diffuse in epoca pre-vaccinazioni e con le attuali infezioni il rischio di contagio esiste in fase di incubazione e malattia, ma è raro in convalescenza. Su questa linea con sentenza 1276 del 14 marzo 2014 il Consiglio di Stato ha ritenuto legittima l’abolizione del certificato e del dpr del 67 fatta in Liguria nel 2007. Piemonte, Trentino e Friuli Venezia Giulia hanno legiferato nel 2008 e la Lombardia nel 2009 sulla base di un documento del Ministero della Salute del 13 ottobre 2004. Quindi è stata la volta dell’Emilia Romagna e dell’Umbria. Qualche volta ci sono state resistenze nelle famiglie degli alunni. In Liguria il ricorso al Tar portò alla sentenza del Consiglio di Stato solo sette anni dopo. Successivamente, Veneto, Val d’Aosta e persino singole Asl toscane hanno abolito il certificato. Insomma, a macchia di leopardo ogni giunta regionale sta facendo a modo suo.

L’assessore alla sanità laziale Alessio D’Amato spiega al Messaggero che «la giunta s’è attenuta alle indicazioni degli esperti a partire dall’Istituto Spallanzani che confermano che il certificato (di riammissione) è inutile». Di più, nelle regioni che hanno abolito il certificato dai sistemi di sorveglianza regionali e nazionali non è stato evidenziato un peggioramento del quadro epidemiologico delle malattie infettive. Il certificato può anzi essere controproducente. Antonella Schirò della Società Italiana di Pediatria ricorda come per aggirare il passaggio dal medico in certe situazioni «il bambino viene portato a scuola anche se è non completamente guarito. Ciò prolunga la risoluzione della malattia creando, a volte, complicanze».

 

 

Fonti: