POCHI INFERMIERI, ITALIA AGLI ULTIMI POSTI, E LA MORTALITA’ DEI PAZIENTI PUO’ SALIRE

21 Settembre 2018

Nel programma dei partiti al governo (Movimento 5 stelle e Lega Nord) c’era un maggior finanziamento del servizio sanitario. Il M5S in particolare evocava 2,5 miliardi l’anno in più per il Fondo nazionale, ma difficilmente ci sarà un exploit con la prossima Finanziaria. Ne è convinto l’osservatorio Gimbe che di recente ha analizzato quanto il contratto per il cambiamento tra le due forze politiche di governo rispetti i dodici punti indicati dalla stessa Fondazione per salvare il servizio sanitario. E pare essersene convinta anche Fnopi, Federazione nazionale delle professioni infermieristiche, maggior ordine italiano con oltre 440mila iscritti, che ha chiesto al Ministro della Salute Giulia Grillo un tavolo di confronto sulle carenze di personale infermieristico per studiare come aumentare il personale in un contesto in cui la sanità non ha risorse da spendere. Un’impresa titanica –e che per il momento tocca gli ospedali ma non anche il territorio– e tuttavia ineludibile. In Italia abbiamo un infermiere e mezzo per ogni medico, nel resto dei paesi appartenenti all’Organizzazione per il commercio e lo sviluppo la proporzione è doppia, quasi tre infermieri per medico.

 

Lo scorso anno anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (che raggruppa più paesi dell’Ocse) ha sottolineato questo difetto che rischia di ingessare la nostra assistenza pubblica e di renderci meno capaci di rispondere a emergenze quali assistenza all’anziano o le morti evitabili. Fnopi però non si limita a un appello al ministro; l’Ordine nazionale guidato da Barbara Mangiacavalli ha elaborato i calcoli della Ragioneria dello Stato e li ha confrontati con i propri. Circa il 40% degli infermieri occupati nel Servizio sanitario svolge straordinario; su circa 270mila dipendenti si tratta di 108mila unità. Di questo straordinario circa il 4,5-5% è in eccesso rispetto ai normali parametri, «il che significa –spiegano in Fnopi – che su 180mila unità di personale, per ridurre di questa percentuale lo straordinario, sarebbero necessarie 49.000 – 54.000 unità aggiuntive». Personale da non distribuire uniformemente: se infatti ogni infermiere italiano assiste in media 11 pazienti (e nelle corsie di Regioni più avanzate si scende a 8-9 pazienti a infermiere) nelle regioni in deficit, che possono assumere di meno, si risale a 17-18 pazienti per addetto. Il problema è grave al Sud: mancano oltre 9.700 unità in Sicilia e 8.900 in Campania.

 

Questa carenza è “intollerabile” secondo Fnopi: studi pubblicati su riviste internazionali quali JAMA e British Medical Journal affermano che per ogni incremento del 10% di infermieri, statisticamente diminuisce del 7% la mortalità dei pazienti. Al contrario, ogni volta che si assegna un assistito in più a un infermiere rispetto al rapporto ottimale calcolato in un infermiere ogni sei pazienti, aumenta del 23% l’indice di burnout, cioè il logoramento dell’operatore, del 7% la mortalità dei pazienti, del 7% il rischio che l’infermiere non si renda conto delle complicanze a cui il paziente va incontro. Studi britannici sulle Unità di terapia intensiva riportati da Fnopi dimostrano che pazienti trattati nel momento in cui l’intensità del lavoro in reparto era maggiore avevano un rischio di decesso doppio rispetto a quelli ricoverati in periodi di maggiore tranquillità. Tre misure del carico di lavoro erano più correlate al rischio di mortalità: tasso di occupazione, fabbisogno medio di “nurse” per letto per turno lavorativo e rapporto tra letti occupati e personale medico e infermieristico necessario. Fnopi cita anche un recente confronto di Adapt, associazione senza fini di lucro fondata nel 2000 da Marco Biagi, secondo cui per garantire un’equa distribuzione di attività ed evitare un eccesso di offerta –ad esempio di medici– è importante garantire un equilibrato rapporto (skill mix). Inoltre nei pazienti anziani, polipatologici, ricoverati spesso in reparti estranei alla specialità di cui hanno bisogno, «le criticità legate a ricoveri in setting inappropriati sono conseguenti alla presenza di personale medico e infermieristico formato per problemi clinici differenti, alla mancanza di continuità e assiduità della presenza in reparto». L’inversione di tendenza è possibile, specie se per una volta gli infermieri, pur continuando a prodigarsi anche in situazione di carenza come sempre hanno fatto, alzano un po’ la voce.

 

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Il nuovo rimborso –che entrerà in vigore nelle regioni a 3 mesi dalla pubblicazione, quindi a fine novembre–  è 56 euro mensili per tutti fino a 5 anni, 70 euro tra i 6 e i 9 anni, poi si differenzia tra i generi –secondo evidenze di gravità di malattia – tra i 10 e 13 anni (100 euro/mese per i maschi e 90 /mese le femmine), tra i 14 e i 17 anni (124 euro maschi e 99 femmine), tra i 18  i 59 anni (110 e 90) mentre oltre i 60 anni il rimborso mensile è 89 euro per i maschi e 75 mensili per le femmine. Entro 6 mesi (febbraio 2019) il Ministero revisionerà il Registro degli Alimenti. L’Associazione Italiana Celiachia spiega che è stato «confermato il diritto all’erogazione gratuita, ma per lo stato c’è una riduzione media dei tetti di spesa del 19 per cento», riduzione che non è una sforbiciata lineare alle risorse per i pazienti, ma una revisione razionale.

Nel decreto, si sottolinea che «il celiaco deve seguire una dieta con un apporto energetico giornaliero da carboidrati stimabile in almeno il 55%, derivante anche da alimenti naturalmente privi di glutine - riso, mais, patate e legumi -, per cui la quota da soddisfare con pane, pasta e farina senza glutine di base –sulla cui base si calcola il tetto massimo rimborsabile dal servizio pubblico – è stimabile nel 35% dell’apporto energetico totale. Ai soggetti affetti da celiachia, compresa la variante della dermatite erpetiforme, è riconosciuto il diritto all’erogazione gratuita degli alimenti con dicitura “senza glutine, specificatamente formulati per celiaci” o “senza glutine, specificatamente formulati per persone intolleranti al glutine”. Sono inclusi nel registro nazionale presso la Direzione generale per l’igiene, la sicurezza degli alimenti e la nutrizione del ministero della Salute, gli alimenti rientranti nelle seguenti categorie:

a) Pane e affini, prodotti da forno salati;

b) Pasta e affini; pizza e affini; piatti pronti a base di pasta;

c) Preparati e basi pronte per dolci, pane, pasta, pizza e affini;

d) Prodotti da forno e altri prodotti dolciari;

 e) Cereali per la prima colazione.

Infine, il decreto specifica che i limiti massimi di spesa sono aggiornati periodicamente dal Ministero della Salute considerando la variazione dei prezzi medi al consumo degli alimenti senza glutine di base specificamente formulati per celiaci. Il Ministro della Salute Giulia Grillo che ha promosso il decreto, «deciso dal precedente Governo» con l’ok della conferenza Stato-Regioni - annuncia comunque una verifica per valutare modifiche «così da non penalizzare i cittadini». In alcune regioni gli alimenti per celiaci si acquistano già negli esercizi specializzati (farmacia, parafarmacia, anche GDO), fruendo di buoni digitali. Per rendere i buoni “spendibili” in tutte le Regioni è attivo un tavolo congiunto tra i Ministeri di Salute e Funzione Pubblica.

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