VACCINI, DA DECRETO MILLEPROROGHE OK ALL'AUTOCERTIFICAZIONE PER ENTRARE ALLE SCUOLE MATERNE

20 Settembre 2018

Il decreto Milleproroghe approvato in questi giorni prolunga l’efficacia delle autocertificazioni presentate dai genitori alle scuole dell’obbligo, materne incluse, fino al 10 marzo del 2019. In pratica, per tutto l’anno scolastico presente. Saranno possibili controlli a campione dei Carabinieri dei Nas per verificare se le famiglie – che in alternativa possono presentare i certificati Asl – hanno detto il vero, dichiarando che il figlio è vaccinato o ha preso l’appuntamento all’ufficio di igiene. Non sono mancate le polemiche rispetto alla norma, che riprende la circolare 6 luglio del Ministro della Salute Giulia Grillo e del Ministro dell’Istruzione Busselli. In audizione alle Camere insieme ai medici, sindaci e presidi con le loro rappresentanze avevano dichiarato la difficoltà nel verificare se i soggetti con autocertificazione siano realmente vaccinati: in caso di contagio, magari con danni, a un bambino con problemi del sistema immunitario, la scuola e il suo dirigente possono incappare in contenziosi. I presidi avevano poi detto no a classi speciali dove i bambini non immunizzati stiano tutti insieme, con il rischio che alcuni prendano la malattia “di strada” contagiandola a chi ha reali problemi di fragilità immunitaria. E avevano finito per convincere anche la maggioranza. Che in un primo tempo ha ritirato l’emendamento al Milleproroghe scritto sulla base della circolare Grillo Busselli sostituendolo con uno pro-obbligo di vaccino, ma poi ha riproposto in via definitiva i contenuti della circolare blindando il testo del decreto.

La posizione del governo appare peraltro dettata anche dalla necessità di pungolare le regioni a istituire l’Anagrafe vaccinale. Secondo l’Esecutivo, spetta alle Asl e non alle scuole tenere il conto di chi si è vaccinato e chi non lo è, per convocare quest’ultimo e completare i cicli. Attualmente l’Anagrafe non c’è ma lo schema di decreto per istituirla è stato trasmesso dal Ministero della Salute alla Conferenza Stato-Regioni.

 

Vi si spiega come l’Anagrafe dovrà contenere i dati:
 

• Dei soggetti vaccinati

• Di quelli da vaccinare

• Dei soggetti che hanno fatto la malattia ed è stata notificata dal medico curante o dall’ospedale

• Dei soggetti per i quali le vaccinazioni possono essere omesse o differite per motivi di salute

• Le dosi necessarie ed i tempi di somministrazione

• Eventuali effetti indesiderati.
 

Le Regioni dovranno trasmettere le informazioni vaccinali di ogni residente ogni 3 mesi e i dati saranno conservati fino a 30 anni dopo il decesso della persona. Ha ammonito la deputata M5S Virginia Villani già dirigente scolastico, che «è stato un grosso errore attribuire alla scuola e ai Dirigenti scolastici la responsabilità di controllare l'avvenuto adempimento degli obblighi vaccinali e la responsabilità di escludere dalla frequenza i bambini non in regola, determinando una grave lesione del diritto allo studio e causando forti tensioni nei rapporti scuola-famiglia. Al dirigente scolastico spetta l'obbligo di assicurare e garantire il diritto allo studio e alla formazione, mentre la tutela della salute afferisce alla sfera di responsabilità dei medici o delle Asl». Per i bambini immunodepressi devono essere però «presidi e docenti, in collaborazione con le famiglie, a trovare tutte le modalità di inserimento e di accoglienza per garantire la tutela della loro salute e della loro serenità». Frasi che non convincono le Pubbliche Amministrazioni. Sono una decina i sindaci di comuni pugliesi ad aver vietato con ordinanza l’ammissione a nidi e materne di bimbi non vaccinati. Una competenza che i sindaci in realtà esercitano, come ricorda Filippo Anelli, presidente della Federazione degli Ordini dei Medici, «sulla base della legge 833/1978, istitutiva del servizio sanitario nazionale, che all’articolo 1 demanda l’attuazione del SSN a Stato, Regioni ed Enti locali territoriali e all’articolo 2 affida ai comuni la ‘formazione di una moderna coscienza sanitaria sulla base di un'adeguata educazione sanitaria del cittadino e delle comunità’».

 

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Il nuovo rimborso –che entrerà in vigore nelle regioni a 3 mesi dalla pubblicazione, quindi a fine novembre–  è 56 euro mensili per tutti fino a 5 anni, 70 euro tra i 6 e i 9 anni, poi si differenzia tra i generi –secondo evidenze di gravità di malattia – tra i 10 e 13 anni (100 euro/mese per i maschi e 90 /mese le femmine), tra i 14 e i 17 anni (124 euro maschi e 99 femmine), tra i 18  i 59 anni (110 e 90) mentre oltre i 60 anni il rimborso mensile è 89 euro per i maschi e 75 mensili per le femmine. Entro 6 mesi (febbraio 2019) il Ministero revisionerà il Registro degli Alimenti. L’Associazione Italiana Celiachia spiega che è stato «confermato il diritto all’erogazione gratuita, ma per lo stato c’è una riduzione media dei tetti di spesa del 19 per cento», riduzione che non è una sforbiciata lineare alle risorse per i pazienti, ma una revisione razionale.

Nel decreto, si sottolinea che «il celiaco deve seguire una dieta con un apporto energetico giornaliero da carboidrati stimabile in almeno il 55%, derivante anche da alimenti naturalmente privi di glutine - riso, mais, patate e legumi -, per cui la quota da soddisfare con pane, pasta e farina senza glutine di base –sulla cui base si calcola il tetto massimo rimborsabile dal servizio pubblico – è stimabile nel 35% dell’apporto energetico totale. Ai soggetti affetti da celiachia, compresa la variante della dermatite erpetiforme, è riconosciuto il diritto all’erogazione gratuita degli alimenti con dicitura “senza glutine, specificatamente formulati per celiaci” o “senza glutine, specificatamente formulati per persone intolleranti al glutine”. Sono inclusi nel registro nazionale presso la Direzione generale per l’igiene, la sicurezza degli alimenti e la nutrizione del ministero della Salute, gli alimenti rientranti nelle seguenti categorie:

a) Pane e affini, prodotti da forno salati;

b) Pasta e affini; pizza e affini; piatti pronti a base di pasta;

c) Preparati e basi pronte per dolci, pane, pasta, pizza e affini;

d) Prodotti da forno e altri prodotti dolciari;

 e) Cereali per la prima colazione.

Infine, il decreto specifica che i limiti massimi di spesa sono aggiornati periodicamente dal Ministero della Salute considerando la variazione dei prezzi medi al consumo degli alimenti senza glutine di base specificamente formulati per celiaci. Il Ministro della Salute Giulia Grillo che ha promosso il decreto, «deciso dal precedente Governo» con l’ok della conferenza Stato-Regioni - annuncia comunque una verifica per valutare modifiche «così da non penalizzare i cittadini». In alcune regioni gli alimenti per celiaci si acquistano già negli esercizi specializzati (farmacia, parafarmacia, anche GDO), fruendo di buoni digitali. Per rendere i buoni “spendibili” in tutte le Regioni è attivo un tavolo congiunto tra i Ministeri di Salute e Funzione Pubblica.

Fonti: