SPECIALIZZANDI AMMESSI AI CONCORSI. E LA CONSULTA LI VUOLE AUTONOMI COME ALL'ESTERO

16 Gennaio 2019

Il medico specializzando deve o no operare in autonomia, svolgere compiti assistenziali e diagnostici delicati, insomma prendersi i compiti, e in parte le responsabilità, dello strutturato al cento per cento anche se tale non è? La materia divide i medici. Ma divide anche l’Italia dagli altri paesi dove il medico in formazione può operare autonomamente, e per un anno ha diviso anche le Regioni, ben possibiliste, dal governo centrale, “conservatore”. Ora tutto si è concluso e, con sentenza numero 249 del 27 dicembre 2018, la Corte Costituzionale, bocciando il ricorso del governo di centro-sinistra, il precedente, contro una legge della Regione Lombardia, ha decretato che lo specializzando fatto lavorare in autonomia in realtà non viene mandato allo sbaraglio per ovviare alla penuria di medici, come sostenevano i detrattori della norma. Al contrario, misure come la legge 23 lombarda del 2015, pur conferendo autonomia al giovane medico, lo autorizzano a svolgere solo i compiti affidati da tutor e struttura. Non vanno oltre i paletti fissati dall’ordinamento vigente. Per la verità il premier Paolo Gentiloni nel ricorrere contro la Lombardia aveva ravvisato non tanto problemi ai danni dello specializzando, quanto invasioni di competenza della Regione in materie formative appannaggio dello stato. La norma regionale divide in tre livelli la partecipazione degli specializzandi alle attività assistenziali in base al grado di autonomia operativa e decisionale:

• Appoggio, in un primo periodo lo specializzando assiste il medico strutturato;

• Collaborazione, in una seconda fase il giovane svolge procedure sotto il diretto controllo di personale strutturato;

• Autonomia, verso la fine del corso il “formando” svolge specifici compiti affidatigli, anche se il tutor deve essere sempre disponibile per la consultazione e l’eventuale tempestivo intervento.

 

Il consiglio dei Ministri ravvisava la violazione dell’articolo 117 della Costituzione, dei principi di ragionevolezza (art 3) e di buon andamento della pubblica amministrazione (art 97). Chiuso il conflitto, ora si va verso una revisione complessiva dei compiti dello specializzando nel senso auspicato dai presidi di Medicina lombardi che un anno fa sostennero la Regione e in particolare dal presidente della Società Italiana di Chirurgia Marco Montorsi, il quale a DoctorNews aveva dichiarato: «I tempi sono cambiati ed esistono discipline come la chirurgia laparoscopica nelle quali portare due strutturati e uno specializzando in sala operatoria per un intervento è uno spreco di risorse». Non tutti la pensano così. I Giovani Medici dell’Associazione SIGM temono che le strutture ospedaliere e universitarie di insegnamento alla fine utilizzino le qualità dei giovani medici per “ripopolare” i reparti di camici e per fare economia, e chiedono «le dovute tutele e gli opportuni riconoscimenti economici a fronte dell’incremento delle responsabilità», con risorse messe a disposizione dalle regioni e con una revisione del percorso formativo che introduca subito dopo la laurea un anno abilitante retribuito.

Altre regioni sono andate più avanti della Lombardia, intanto. Nel suo piano sociosanitario, il Veneto mette nero su bianco la volontà di assumere a tempo determinato specializzandi che lavorerebbero in corsia retribuiti con regolare contratto al fianco di colleghi ancora “studenti”, suddividendo il 30% del loro tempo in teoria e il 70% in pratica lavorativa. Ma anche a livello nazionale si guarda avanti, alla possibilità di inserire prima nel mondo del lavoro i giovani medici in procinto di diventare specialisti, anche per non perderli di fronte alle sirene di un lavoro all’estero. E l’ultima legge Finanziaria approvata il 30 dicembre scorso al comma 547 dà agli specializzandi all’ultimo anno la chance di concorrere per un incarico dirigenziale nelle strutture pubbliche.

 

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