CURE ALL'ESTERO, DIRETTIVA TRANSFRONTALIERI NON ANCORA BENE UTILIZZATA DAI CITTADINI EUROPEI

09 Ottobre 2018

Un sistema sanitario europeo è ancora di là da venire. Malgrado la liberalizzazione delle cure, sono i sistemi sanitari nazionali e le assicurazioni dei paesi membri a coprire la salute degli stranieri comunitari come farebbero per i propri cittadini. E lo fanno poco. Lo certifica la Commissione UE nella relazione all’europarlamento che è tenuta a fare ogni 3 anni sullo stato di attuazione della direttiva europea Transfrontalieri.

La Commissione ha individuato intanto quattro punti chiave della direttiva da “tutelare”: primo, i sistemi di rimborso dei costi che devono consentire per ogni situazione clinica a uno stato membro di non pagare di più per il suo paziente all’estero di quanto spenderebbe in casa, semmai meno, ma non troppo meno; secondo, l’autorizzazione preventiva che gli stati membri possono pretendere di dare solo per chi va a ricoverarsi all’estero o a fruire di cure hi-tech, alcuni paesi si sono “allargati” sui vincoli; terzo, le procedure amministrative richieste per il rimborso che in alcuni paesi arrivano alla richiesta di traduzioni giurate dei documenti clinici ed amministrativi; quarto, gli onorari dei sanitari del paese curante che non devono superare quelli che chiederebbero i colleghi del paese di provenienza del paziente, e sull’hi-tech devono basarsi su criteri “oggettivi e non discriminatori”. Altre difficoltà incontrate: in alcuni stati membri manca l’obbligo di assicurarsi per strutture e sanitari, in altri non si può chiedere rimborso per cure erogate nel privato puro. La Commissione valuta se aprire infrazioni. Intanto i dati sulla mobilità parlano chiaro, a fronte di una assistenza transfrontaliera in crescita per le cure non autorizzate, programmate o meno che siano, e ottenute in un paese comunitario mostrando la tessera sanitaria europea dal cittadino Ue, ristagnano le domande di autorizzazioni preventive, anzi decrescono nel 2016 rispetto all’anno prima, da 5000 a 2600, con risposte positive che scendono a loro volta da 3600 del 2015 a 1850 nel 2016. Il numero totale delle richieste di rimborso senza autorizzazione preventiva è stato invece di 237 mila nel 2017 con 194 mila risposte positive, c’è una crescita di circa 30 mila unità rispetto al 2016. Il valore movimentato è stato pari a 65 milioni di euro nel 2016 che, posta una spesa sanitaria Ue di circa 1500 miliardi, pari al 10% di un Pil da 15.300 miliardi di euro, è pari allo 0,004%, un’inezia.

I dati raccolti sono comunque incompleti e affidati alla qualità dei servizi statistici dei paesi membri, tanto che risulta la Francia il Paese che più esporta pazienti, in Spagna per le autorizzazioni preventive e in Germania per le cure non preordinate. Anche la Danimarca a sorpresa si rivolge alla Germania per le cure odontoiatriche, la Polonia alla Repubblica Ceca, la Norvegia alla Spagna. I punti di contatto nazionali preposti a dare indicazioni a chi voglia uscire dal proprio paese per avere cure all’estero e viceversa, hanno ricevuto nel 2017 in tutto 75 mila richieste, ma anche qui suona a discapito della puntualità dei centri dei paesi mediterranei il fatto che il 50% dei dati sia stato raccolto dai PCN polacco e lituano. Crescono le reti di riferimento tra centri sparsi per i paesi comunitari che curano determinate patologie e possono indirizzare al meglio i malati, sono 24 in tutto e a giugno 2018 hanno generato 165 gruppi virtuali per la valutazione dei casi clinici. E’ in itinere una proposta di normativa comunitaria per un sistema unico di valutazione della tecnologia sanitaria (Health Technology Assessment).

 

 

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