UN TETTO PER LE ATTESE, LA RISPOSTA DEL GOVERNO ALLA FUGA FORZATA DI PAZIENTI NELLA SANITA' PRIVATA

12 Marzo 2019

Un paziente ha bisogno di un esame in tempi contenuti. Le strutture pubbliche non sono in grado di erogarglielo. Fin qui doveva rivolgersi al privato e pagare di suo. Ora il manager dovrà aprirgli l’ospedale nelle ore “desuete”, in cui ci si fa solo libera professione. Il paziente pagherà il ticket e l’azienda si sobbarcherà la prestazione del personale. Con il quale dovrà concludere un accordo per questo “nuovo” tipo di libera professione. Il direttore generale che non fosse in grado di erogare i livelli essenziali di assistenza salterà. È una delle novità contenute nel Piano nazionale di governo delle liste d’attesa 2019-21 presentato nei giorni scorsi dal ministro della Salute Giulia Grillo. Trenta pagine e tre allegati per un documento che mancava da 10 anni, come dice il ministro: tempi massimi per le prestazioni, con attese medie di 30 giorni per le visite specialistiche e di 60 per gli esami, erano stati fissati alla fine del primo decennio del secolo, ma non erano mai stati aggiornati. Ora l’aggiornamento è avvenuto. E riguarda anche i tempi d’attesa per ottenere un ricovero ordinario o in day hospital. Il Piano conferma i tempi massimi di attesa previsti per gli esami diagnostici e le visite specialistiche, da non superare se non entro un 10 per cento di casi, considerati “eccezionalità”. Le prestazioni vengono suddivise in quattro classi contraddistinte da altrettante lettere alfabetiche: U come Urgente, da espletarsi entro 72 ore; B come Breve (attesa), con prestazione espletabile entro 10 giorni; D come Differibile: attesa entro 30 giorni se per visita specialistica, entro 60 giorni se per esame; e infine P come visita Programmata da espletarsi entro 120 giorni dalla prescrizione del medico. I ricoveri invece sono classificati considerando le prime quattro lettere dell’alfabeto: A per i casi la cui gravità va peggiorando e mette a rischio la prognosi se non si interviene; B per i casi complessi, da ricoverare entro 60 giorni, dove si presentano intenso dolore, gravi disfunzioni e disabilità ma i pazienti non risultano soggetti ad aggravamento imminente; C per casi meno complessi (minimi dolore, disfunzione, disabilità), da espletare entro 180 giorni; D per casi non gravi (no dolore, disfunzione, disabilità), espletabili entro 12 mesi.

 

Il medico di famiglia deve indicare in ricetta “primo accesso” se per il paziente è un primo contatto con strutture e specialisti del Servizio sanitario, o l’eventuale “controllo” - approfondimento con lo specialista. I controlli successivi al primo accesso saranno prescritti dal medico che ha preso in carico il paziente. Quest’ultimo non dovrà più tornare dal medico di famiglia per nuove ricette sul caso in indagine. Le aziende sanitarie nelle agende di prenotazione distingueranno i controlli dalle prime visite. Nei Piani le Asl dovranno riportare i tempi massimi di attesa di tutte le prestazioni prevedendo, per esempio, l'utilizzo di apparecchiature di diagnostica per immagini per almeno l’80% della capacità produttiva. Agli obblighi per le strutture ne corrisponde uno importante per i pazienti: chi non si presenta all’esame e non lo ha disdettato, di fatto lascia in attesa un altro cittadino, e paga il ticket come se avesse fruito della prestazione.

Per il ministro Grillo la decennale mancanza del Piano in questi anni «ha compromesso l’intero sistema delle prestazioni e, nel tempo, ha consolidato storture sotto gli occhi di tutti. Ora è il momento di cambiare, ho già dato mandato agli uffici del ministero per attivare al più presto l’Osservatorio Nazionale sulle Liste di Attesa che, oltre ad affiancare le Regioni nell'implementare il Piano, monitorerà l'andamento degli interventi, rileverà le criticità e fornirà indicazioni per uniformare comportamenti, superare le disuguaglianze e rispondere in modo puntuale ai bisogni dei cittadini». Ma quanto le Regioni, che devono recepire il piano e adeguarsi ad esso entro 60 giorni, vorranno farsi affiancare? E vigilare, come aggiunge il ministro ricordando che il governo in Finanziaria ha messo a disposizione 350 milioni per potenziare i servizi di prenotazione? Difficile prevederlo. Mentre Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna chiedono mani libere nell’organizzare i servizi e in certi casi i vertici, venti regioni alla vigilia della discussione sul Patto per la Salute (2019-21), altra gamba su cui viaggerà il Ssn, hanno chiesto al Governo più risorse sul Fondo sanitario – si parla di due miliardi–  di essere giudicate su pochi indicatori sintetici, di evitare commissariamenti, nonché eventuali ripiani per soccorrere il governo alle prese con il patto di stabilità europeo. Una ripartenza difficile, in corso proprio in questi giorni.

 

 

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