ATTESE CRESCENTI PER ESAMI NEL PUBBLICO, DIAGNOSI DAL MEDICO DI FAMIGLIA PUÒ ESSERE DECISIVA

20 Dicembre 2019

Il Servizio sanitario nazionale c’è ancora. Ma per garantire il diritto alla salute ha bisogno almeno di un “badante”: i fondi sanitari integrativi (quando non i risparmi degli italiani). Lo stesso cittadino per un esame o una visita specialistica si rivolge ormai indifferentemente al pubblico e al privato. O meglio, se non riesce con il Servizio sanitario e la ricetta del medico curante prenota a sue spese. Lo afferma il 53° Rapporto Censis presentato in questi giorni. Nell’ultimo anno il 62% degli italiani che ha svolto almeno una prestazione nel pubblico ne ha fatta anche almeno una da privato: è capitato a sette su dieci (68,9%) tra chi ha un reddito di oltre 50.000 euro annui e a quasi sei su dieci (il 56,7%) tra chi ha un reddito inferiore. E su 100 prestazioni rientranti tra quelle che il servizio sanitario pubblico deve offrire, 27,9 sono transitate nella sanità a pagamento. Funziona meglio il Nord dove sono state meno (20,7 fra Triveneto ed Emilia Romagna, il 22,6% al Nord-Ovest) e peggio il Centro-Sud, dove va al privato oltre il 30% (31,6 al Centro, 33,2% al Sud). La spesa che ne segue pesa “molto o abbastanza” sul bilancio familiare dell’81,5% degli italiani. E sale all’86,2 al Sud. Ma nemmeno il Nord è in grado di offrire tutto, almeno a novembre-dicembre quando le strutture (specie private) hanno raggiunto i budget consentiti. In Lombardia ottengono una visita nei tempi richiesti per lo più i soli cittadini arruolati nei piani per la cronicità. Antonio Sabato, medico di famiglia del sindacato dei medici condotti Simet di Pavia, riportando i contenuti di un’intervista a Radio Popolare, parla di assistenza a due velocità. Ma da una parte l’assistenza di serie A riguarderebbe solo il 10% dei pazienti, i cronici con piano assistenziale del medico curante che riescono ad ottenere le visite in tempo. «Dall’altra parte c’è un 90% di malati cronici che non ha aderito al progetto di presa in carico della Regione, che deve prenotarsi nei modi consueti e nel rivolgersi al Centro di prenotazione dell’Asl si vede fissare la visita negli spazi non occupati dai cronici presi in carico». L’alternativa è pagare – ma anche qui le attese possono esserci – o avere un’assicurazione o partecipare a un fondo sanitario integrativo, realtà che oggi copre categorie ampie ma lascia fuori ad esempio la maggior parte dei lavoratori autonomi.

 

In questa delicata situazione altissima si conferma la fiducia nei medici di famiglia (82,3%) e ancor più negli specialisti (91%). Il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri Filippo Anelli trae due conclusioni. Da una parte, «sono proprio i cittadini delle Regioni più in difficoltà, in condizioni economiche meno agiate, a pagare di tasca propria le prestazioni. Dall’altra ci rassicura il dato per cui 9 italiani su dieci si fidano del medico, e delle sue capacità di individuare le cure migliori in autonomia, libertà e responsabilità e in applicazione delle competenze che gli derivano dai percorsi formativi e che lo Stato gli delega». Anche i sindacati insistono sull’autonomia del medico.E in una nota Fimmg ricorda anche come ll’articolo 55 della Finanziaria in arrivo, che introduce apparecchi diagnostici portatili negli studi del medico di famiglia, potrebbe ridurre il fenomeno delle attese «e favorire un sistema più equo ed efficiente, nel momento il cui un maggior numero di pazienti potranno uscire dallo studio del proprio medico con una diagnosi e non con una richiesta di accertamenti che potrebbe non venire nemmeno soddisfatta». Per contro, i sindacati dei medici ospedalieri, come Cimo Fesmed, non possono che prendere atto dello svuotamento delle corsie e del decrescente finanziamento delle prestazioni del Servizio sanitario, 800 milioni l’anno contro un fabbisogno doppio. Né basteranno - come afferma il presidente Guido Quici– i 2 miliardi in più messi a disposizione dalla Finanziaria sul Fondo sanitario, poiché ne servono oltre 3 per coprire gli aumenti del contratto 2016-18 (1300 milioni da spendere nel 2019) e di quello 2019-21 (oltre 1260 milioni), oltre che per assumere personale entro il tetto di spesa del 15% (altri 300 milioni) come consente la bozza di legge.

 

Fonti: 

http://www.censis.it/rapporto-annuale/il-furore-di-vivere-degli-italiani

http://www.censis.it/welfare-e-salute/il-capitolo-«il-sistema-di-welfare»-del-53°-rapporto-censis-sulla-situazione

https://portale.fnomceo.it/anelli-fnomceo-rapporto-censis-in-sanita-ancora-troppe-diseguaglianze-altissima-la-fiducia-nei-medici/

https://www.cimomedici.it/category/area-stampa/comunicati-stampa/

https://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/articolo.php?articolo_id=79530